In 16 anni tanti primi ministri. La stabilità dell’Inghilterra dopo la Brexit è un miraggio. Con una dichiarazione ufficiale rilasciata davanti alla storica porta di Downing Street, un commosso Keir Starmer ha annunciato le sue dimissioni da leader del Partito Laburista e, di conseguenza, dalla carica di Primo Ministro britannico. La decisione segna la fine del suo mandato e apre a corsa alla successione all’interno del governo di Londra con un favorito, l’ex sindaco di Manchester, il cattolico Andy Burnham.
Il premier britannico non è riuscito a trattenere le lacrime nella parte finale del suo discorso, mostrando il volto più umano e sofferto di una scelta irrevocabile. Starmer ha spiegato come il nodo della questione risiedesse nella fiducia interna alla sua stessa maggioranza in vista delle prossime scadenze elettorali: “La domanda che il mio partito si sta ponendo ora è se io sia la persona più adatta a guidarci verso le prossime elezioni generali. Ho ascoltato la risposta del mio gruppo parlamentare a questa domanda e accetto quella risposta con serenità. Ogni decisione che ho preso è stata dettata dal mettere al primo posto il Paese che amo. Per questo motivo mi dimetterò da leader del Partito Laburista”. Il Primo Ministro ha inoltre confermato di aver già avuto un colloquio in mattinata con Sua Maestà il Re per informarlo ufficialmente della sua decisione di rimettere il mandato.
La crisi politica ha un origine e si chiama Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. A tal proposito, oggi La Repubblica pubblica un’intervista allo scrittore britannico Robert Harris (foto) in cui parla di un Paese alla deriva. La Brexit ha presentato il conto e molti inglesi stanno prendendo piena consapevolezze dei danni che ha prodotto. “Oggi il Regno Unito – afferma Harris – è come la Germania degli anni Venti. Dopo il referendum dell’uscita dall’Ue un decennio fa, il mio Paese è diventato ingovernabile. Questo mondo nuovo, con miliardari come Elon Musk che umiliano i politici impotenti, mi fa paura. Come presagiva Trotsky, ci sono tutti gli elementi per una rivoluzione. E le rivolte razziali sono solo l’inizio”.
Sul piano politico interno, il leader della destra populista di Reform UK, Nigel Farage, l’uomo della Brexit e delle tante bugie che raccontava a un elettorato spaventato e abbastanza ingenuo, ha subito attaccato l’ipotesi di un avvicendamento interno al Labour, invocando il ritorno immediato alle urne: “Se il Labour pensa di poter piazzare un altro politico di professione al numero 10, si sbaglia di grosso. Siamo pronti a portare un cambiamento radicale”, ha commentato Farage su X che i sondaggi danno in ascesa.
Mentre a Londra si apre la crisi, da Bruxelles arrivano i primi attestati di stima internazionali. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha espresso la sua gratitudine a Starmer con un messaggio: “Molti leader impiegano anni per diventare lo statista che tu sei riuscito a diventare in soli due anni. La sicurezza dell’Europa e dell’Ucraina è più solida grazie a te. Grazie, caro Keir”.
L’uscita di scena di Starmer non lascerà comunque il Paese in un vuoto di potere prolungato. Lo stesso premier uscente ha già delineato la tabella di marcia per il passaggio di consegne, chiedendo un’accelerazione sulle procedure interne al partito per garantire stabilità istituzionale al Regno Unito: “Chiederò al Comitato esecutivo nazionale del Partito Laburista di definire un calendario, con l’apertura delle candidature il 9 luglio e la conclusione entro la pausa estiva. In caso di competizione, questo garantirà che un nuovo leader sia in carica prima della ripresa del lavoro del Parlamento a settembre”.
La fine dell’era Starmer, durata quasi due anni, giunge in concomitanza con il giuramento a Westminster dell’ex sindaco di Manchester, Andy Burnham, neo-eletto deputato per il collegio di Makerfield dopo una vittoria schiacciante nelle suppletive del 18 giugno. Se la candidatura di Burnham dovesse trasformarsi in un’unica e incontrastata “incoronazione”, il passaggio di consegne formale al numero 10 di Downing Street avverrà già a metà luglio. In caso contrario, l’esito della sfida interna tra i laburisti congelerà la nomina del nuovo premier fino alla ripresa dei lavori parlamentari a settembre.
