FRANA DI NISCEMI / Indagati gli ultimi quattro governatori della Sicilia, c’è anche l’attuale ministro Musumeci

Per la frana di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, la Procura di Gela ha avviato un’indagine con 13 avvisi di garanzia con l’ipotesi è di  “opere pubbliche di prevenzione mai eseguite”. L’annuncio è stato dato dal procuratore Salvatore Vella, in un incontro con la stampa. Il fascicolo ipotizza il reato di disastro colposo e danneggiamento seguito da frana. Tra i 13 indagati della procura di Gela sul disastro del 16 gennaio scorso ci sono gli ultimi quattro presidenti della Regione Siciliana. Si tratta dei governatori in carica dal 2010 ad oggi: Rosario Crocetta, Raffaele Lombardo, Nello Musumeci, oggi ministro della Protezione civile nel governo Meloni, e il governatore della Regione, Renato Schifani. L’indagine, coordinata dal procuratore Salvatore Vella, è condotta dai pm Lucia Caroselli e Maddalena Guglielmino. I magistrati oggi hanno fatto un punto sulle indagini aperte all’indomani della frana che si è verificata a gennaio nella cittadina in provincia di Caltanissetta.

Oltre ai presidenti della Regione, la lista comprende i capi della Protezione civile negli ultimi anni, tra cui Calogero Foti e Salvatore Cocina, il direttore regionale Vincenzo Falgares e altri funzionari indicati come soggetti attuatori. È indagata anche la responsabile dell’Ati a cui era stato affidato il progetto di mitigazione. Le accuse non mirano soltanto a singoli atti, ma a valutare l’insieme delle scelte che hanno riguardato monitoraggio, opere e gestione delle aree a rischio.

La Procura ha delimitato l’analisi in tre periodi distinti. Il primo periodo parte dagli eventi del 1997 e arriva fino alla fine degli anni Novanta, quando furono messe a gara e avviate le prime opere di emergenza. Su questa fase, secondo gli inquirenti, non sono state avanzate contestazioni perché furono eseguite diverse misure previste dalle ordinanze nazionali. Il secondo e il terzo periodo, invece, riguardano in particolare gli anni successivi al 2010 e culminano nel 2026: è qui che la magistratura ritiene siano emerse criticità operative e di mantenimento dei sistemi di tutela.

Tra le questioni contestate vi è il mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio predisposti e la mancata realizzazione di opere che potevano mitigare il rischio. Un fattore chiave è la risoluzione del contratto con l’Ati nel 2010 per inadempimento, che lasciò incompiuti interventi ritenuti necessari. I fondi stanziati per quei lavori, che originariamente ammontavano a circa 23 miliardi di lire e sono stati poi quantificati in circa 12 milioni di euro, risultano ancora disponibili nelle casse regionali secondo gli atti acquisiti dalla Procura.

La frana ha interessato un versante collinare di estensione rilevante, causando il cedimento di circa tre chilometri di pendio e trascinando a valle case, veicoli e infrastrutture. Circa 1.500 persone furono sfollate nelle fasi immediatamente successive e numerosi immobili rimasero sospesi al limite della zona interessata. Le attività investigative hanno previsto sopralluoghi mirati, audizioni di tecnici e funzionari e il coinvolgimento delle forze dell’ordine locali per ricostruire la dinamica e il contesto operativo.

Nei giorni successivi all’annuncio degli indagati, la Procura procederà con le audizioni degli iscritti nel registro e con ulteriori accertamenti tecnici. Al centro dell’attenzione restano il patrimonio documentale sulle gare, i contratti e i provvedimenti di protezione civile, oltre alla verifica delle opere mai completate. L’obiettivo dichiarato dagli investigatori è chiarire se omissioni o ritardi abbiano contribuito a far precipitare una situazione nota e segnalata da tempo.

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