IL PALLONE / Sgonfiata l’illusione di una grandezza che l’Italia non ha

di Vincenzo Corrado *
— Stamattina, leggendo i giornali e i siti sportivi, la sensazione è quella di un Paese che ha perso completamente il contatto con la realtà. Si parla di “umiliazione”, di “notte da incubo”, come se fossimo davanti a un evento paranormale. Invece, quello che è successo all’Ali Sami Yen è la fotografia esatta del calcio italiano oggi: un sistema di medio livello che si ostina a raccontarsi come un’élite.
Il primo punto è tecnico. In Italia esiste ancora questa percezione distorta per cui la Juventus (o qualsiasi nostra “grande”) debba andare a Istanbul e vincere per diritto divino, solo perché si chiama Juventus. Non è così da anni. Il Galatasaray è una squadra profondamente sbilanciata, con una fase difensiva rivedibile, ma che dal centrocampo in su schiera giocatori di qualità superiore alla media.
Se in uno scontro tra due squadre di medio livello europeo perdi dopo mezz’ora Bremer – che piaccia o meno è l’unico top player di caratura mondiale rimasto in quella rosa – e poi resti in dieci per l’ingenuità di Cabal, perdere 5-2 non è un disastro inspiegabile. È la logica conseguenza del campo. Se togli il miglior giocatore e un uomo a una squadra media, contro un avversario che ha talento davanti, puoi perdere 5-2. Il problema non è il risultato, è che la nostra critica non accetta che questa sia diventata la dimensione del calcio italiano.
Questa percezione distorta della critica trova il suo specchio perfetto nel degrado del tifo. Se dai giornali ci si aspetterebbe un’analisi lucida sul divario tecnico, dai social arriva la conferma definitiva di un sistema che si sta letteralmente accartocciando su se stesso. Basta farsi un giro su Facebook o X: è un festival dell’infantilismo. Meme di Alessandro Bastoni con la maglia del Galatasaray, interisti che sbeffeggiano gli juventini con le emoticon delle “cinque pere”, come se il 5-2 della Juventus fosse un trofeo da esporre per dimenticare quello subito dall’Inter contro il Paris Saint-Germain.
È una guerra tra poveri, un gioco al massacro dove ci si accontenta che l’altro affondi un centimetro più di noi, senza accorgersi che siamo tutti sulla stessa barca che fa acqua.
Da questo punto di vista, ciò che l’Inter di Simone Inzaghi è riuscita a fare arrivando due volte in finale di Champions, è stato enormemente sottovalutato.
Non c’è più alcuna percezione reale di quello che siamo diventati. Non c’è a livello di Federcalcio, non c’è nella stampa e, di riflesso, non c’è nella massa dei tifosi. Continuiamo a narrare il calcio italiano con un’epica che non gli appartiene più. Ci stupiamo se la nazionale non si qualifica ai mondiali, come se fosse un incidente di percorso, quando la realtà è che oggi esprimiamo un calcio di livello medio, con giocatori di livello medio. Se finisci costantemente agli spareggi, è normale che prima o poi li perdi; e se sei una squadra media, ci sta che li perdi due o tre volte di fila. Come per la sconfitta della Juve a Istanbul, non si tratta di eventi inspiegabili. Tutt’altro.
Questa cecità collettiva affonda le radici in un passato che continuiamo a mitizzare senza onestà intellettuale. Ci culliamo nel ricordo del “campionato più bello del mondo”, quello degli anni ’90 e dei primi 2000, come se quella superiorità fosse il nostro stato di natura. Ma a che prezzo è stata costruita quell’egemonia? Dobbiamo dircelo chiaramente: quel calcio di altissimo livello era alimentato da una montagna di soldi immessi nel sistema in modo spesso torbido. Sappiamo tutti chi erano i presidenti che portavano i migliori giocatori del pianeta in Italia e sappiamo tutti che fine abbiano fatto molti di loro. Era un benessere drogato, una bolla che non poteva reggere.
Abbiamo vissuto Calciopoli, abbiamo visto processi e fallimenti eccellenti, eppure sembra che non abbiamo imparato nulla. In quegli anni abbiamo smesso di programmare, convinti che bastasse il nome per restare in cima al mondo. Oggi, quel conto è arrivato sul tavolo e non abbiamo i soldi per pagarlo. Se la Juventus perde 5-2 a Istanbul, la soluzione non è certo buttare la croce addosso a Cabal o a Spalletti. Il problema è che quella partita ha solo mostrato, in modo brutale, quello che siamo diventati: un nobile decaduto che non ha ancora accettato la propria povertà.
* direttore editoriale di Puntero e collaboratore del Domani

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