I dati sull’evasione fiscale nel 2025 (redditi 2024), diffusi oggi dall’Osservatori sulla spesa pubblica e sulle entrate, sono allarmanti. La foto di una profonda ingiustizia che affligge da anni l’Italia. Sono 9milioni di nostri connazionali che non pagano imposte, mentre sono 8 milioni a pagare il 66-67 per cento dell’IRPEF sui redditi. Pochi pagano per tutti. Il viceministro Leo ha annunciato di voler ridurre le imposte al 33% al ceto medio (ha avuto quattro anni di tempo, ma solo per aumentarle). Una dichiarazione pre-elettorale, smentita dal fatto che il nostro Paese non è riuscita ad uscire dalla procedura d’infrazione dell’Ue che limiterà di parecchio i margini d’intervento della prossima legge di bilancio. Un altro paradosso: al bottino degli evasori fiscali si accompagna una spesa assistenziale più che raddoppiata in 16 anni: da 73 a più di 180 miliardi. E senza una riduzione della povertà.
Con gli stipendi al palo l’IRPEF grava su pochi
Il quadro che emerge dall’analisi di Itinerari Previdenziali è complesso e allarmante anche se la questione di fondo non è una novità: il grosso del carico fiscale relativo all’IRPEF grava soprattutto su alcune specifiche categorie di contribuenti, in primis quelli che dichiarano un reddito annuo tra i 35.000 e i 55.000 euro.
Per sintetizzare: i contribuenti con redditi fino a 29.000 euro rappresentano il 69,78% del totale e pagano il 21,33% di tutta l’IRPEF. Il restante 30,22% che però non include solo i contribuenti più ricchi, paga il resto dell’imposta. Al macro scaglione di reddito che comprende le fasce tra 100.000 e 300.000 euro appartengono 745.615 persone, l’1,75% dei contribuenti versanti e pagano il 22,25% dell’IRPEF.
“Oggi meno del 19% dei contribuenti sostiene da solo quasi due terzi dell’intera IRPEF. A questa forte concentrazione del prelievo si accompagna un altro paradosso: in sedici anni la spesa assistenziale è più che raddoppiata, passando da 73 a oltre 180 miliardi, senza una corrispondente riduzione della povertà. È il segnale che non basta redistribuire di più: occorre redistribuire meglio- ha detto Stefano Cuzzilla, presidente CIDA – serve un cambio di rotta, meno pressione su chi già sostiene il sistema, più contrasto all’evasione, un welfare capace di concentrare le risorse su chi ne ha realmente bisogno e di accompagnare le persone verso il lavoro e l’autonomia, aumentando la base di chi contribuisce”.
Per ora in programma c’è un nuovo taglio dell’IRPEF con la prossima Legge di Bilancio: “Noi siamo intervenuti nel corso del tempo, durante questa legislatura, innanzitutto per spostare il meccanismo delle aliquote da quattro a tre e poi, con la legge di bilancio dello scorso anno, del 2026, l’aliquota del 35%, quindi quella che abbraccia lo spazio da 28 a 50mila euro, l’abbiamo portata al 33%. Qual è l’ulteriore passo su cui vogliamo lavorare, compatibilmente con le risorse e con la condivisione da parte di tutti i componenti della nostra maggioranza? Ovviamente, tenendo conto che quest’aspetto già è stato da più parti sollecitato, è quello di abbracciare la fascia che va da 50 a 60mila euro e riportarla nell’ambito del secondo scaglione, quindi applicare su questa fascia di reddito, anziché il 43%, il 33%.” Ha dichiarato il viceministro dell’Economia e delle Finanze Maurizio Leo, nel videointervento al convegno. A complicare le cose, però, è venuto il rapporto deficit-pil al 3,1% che non ha fatto uscire l’Italia dalla procedura d’infrazione dell’Unione Europea e che limita di parecchio i margini di intervento della prossima legge di bilancio.
L’impatto dell’IRPEF su pensionati e autonomi
L’Osservatorio fotografa anche la situazione di pensionati e autonomi. Per quanto riguarda i primi, quelli con redditi fino a 26.000 euro lordi annui sono il 66% e versano il 26,64% del totale IRPEF. Il grosso delle imposte (66,19%) grava quindi sui pensionati con redditi dai 29.000 euro in su e, ancora di più oltre i 35.000 euro, i quali rappresentano il 16,4% del totale e versano il 49,7% dell’IRPEF. Discorso simile anche per gli autonomi: sopra la soglia dei 35.000 euro si conta il 36,89% dei contribuenti che pagano quasi tutta l’IRPEF della categoria, l’88,88%.
“Ora è indubbio che resti fondamentale abrogare la flat tax che, oltre a presentare profili di incostituzionalità, alimenta senza dubbio fenomeni di sommerso – ha spiegato Alberto Brambilla di Itinerari Previdenziali – ma le cifre dimostrano che la comune vulgata secondo cui le tasse le pagano i dipendenti non è totalmente vera”. Una delle questioni di fondo, si legge nel comunicato diffuso da CIDA, è la trascuratezza dei salari “i quali, anche a causa di un sistema contrattuale più propenso alla ricerca di sgravi fiscali che di stimoli per la produttività, sono rimasti al palo davanti all’impennata inflazionistica degli ultimi anni”. Tra le possibili soluzioni ipotizzate da CIDA per limitare l’elusione fiscale anche una profonda revisione dell’ISEE e la messa a punto di una banca dati centralizzata dell’assistenza.
CHE COS’E’ LA FLAT TAX
E’ un’anomalia del sistema fiscale: ne esistono 25 tipologie diverse cui si riferiscono 13 aliquote! E il rischio è che, accanto a possibili benefici (semplificazione, agevolazioni, equità di trattamento fiscale verso forme di reddito particolari) emergano parecchie iniquità. Iniquità che colpirebbero soprattutto i contribuenti che non possono sfuggire all’IRPEF, che nel suo sistema per aliquote e scaglioni è stata certamente migliorata e rimodulata negli ultimi anni, ma che sconta la massima aliquota quando si superano i 50.000 euro lordi. Un’anomalia, considerando che, per intenderci, la stessa aliquota viene poi pagata per i redditi eccedenti qualsiasi soglia successiva, anche altissima e al di sopra dei 5.000.000 di euro, tanto per giocare un po’ con gli zeri.
| Aliquote IRPEF 2024 | Scaglioni di reddito |
|---|---|
| 23 per cento | Fino a 28.000 euro |
| 35 per cento | Da 28.001 a 50.000 euro |
| 43 per cento | Da 50.001 |
Come funziona l’imposta fissa del 5 o del 15 per cento? Una delle grandi questioni sulla quale ci si interroga da anni è se all’Italia serva davvero la flat tax (tassa piatta ad aliquota unica) estesa a tutti oppure se convenga partire dal ridurre e/o rimodulare la tassazione progressiva ad aliquote e scaglioni IRPEF. Se lo chiedono non solo i rappresentanti della politica ma anche cittadini, imprese e professionisti. A far discutere negli scorsi anni era stato un famoso servizio con il quale la trasmissione RAI Report ha mostrato l’insuccesso della tassa piatta nei Paesi in cui è stata introdotta (il video è datato ma sempre attuale nei concetti base espressi):
Il modello della tassazione piatta
Per spiegare in modo semplice cos’è flat tax è stata usata la definizione di “tassa piatta”: al posto delle attuali tre aliquote IRPEF e dei tre scaglioni di reddito, i soggetti favorevoli vorrebbero introdurre un’aliquota unica. In alcune proposte degli anni passati, per il rispetto del principio della proporzionalità dell’imposta e secondo quanto previsto dall’art. 53 della Costituzione, era prevista l’introduzione di due scaglioni: da 0 a 35 mila euro e da 35 mila a 50 mila euro per i quali è prevista l’applicazione di una deduzione fissa pari a 3.000 euro. La deduzione si sarebbe applicata sia alle famiglie che ai single per i contribuenti nel primo scaglione mentre per i redditi pari o superiori a 35.000 euro spetta soltanto per i familiari a carico. Resterebbe invariato il sistema di esenzione totale per i redditi più bassi: si parla attualmente di una no tax area per i redditi fino a 7.000 euro.
Esempi pratici
Come funziona (o meglio, potrebbe funzionare) la flat tax con aliquota al 15 per cento, partendo, solo a titolo di esempio, da una vecchia proposta formulata nello specifico dal partito della Lega (ma la proposta ricalca grosso modo quella fatta da altri partiti del centrodestra italiano negli ultimi anni; si sono sempre opposti gli storici partiti di centrosinistra).
Una famiglia con un reddito annuo pari a 37.000 euro e con due figli. In questo caso bisognerà sottrarre dal reddito i 9.000 euro di deduzione prevista per i carichi di famiglia e applicare l’aliquota del 15 per cento sull’imponibile: l’imposta dovuta sarà quindi pari a 4.200 euro.
Vantaggi e svantaggi
Secondo i fautori, seppur considerando le differenze tra le diverse proposte di flat tax, i vantaggi principali sarebbero tre: ridurre la pressione fiscale sia per le famiglie che per le imprese; contrastare l’evasione fiscale; semplificare il sistema con la razionalizzazione delle attuali detrazioni. Eppure sono in molti altri osservatori e studiosi a ritenere che la flat tax in Italia porterebbe per lo più svantaggi, i contro dell’introduzione di una tassa piatta al 15 per cento o al 23 per cento sarebbero: le minori entrate per lo Stato; il rischio di avvantaggiare i più ricchi e, quindi, di introdurre una legge ad alto rischio incostituzionalità (in effetti, le imposte proporzionali per definizione favoriscono i redditi alti, a differenza con quanto avviene con le imposte progressive).
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NOTA (PdA). A scorrere i titoli e i commenti dei giornali non sfugge un particolare: il linguaggio carezzevole nel presentare i dati sulle imposte in Italia. In genere si parla di “squilibrio”. Una sottile benevolenza, in alcuni casi una complicità: che garbo, che delicatezze nei confronti di coloro che, privi di qualsiasi senso civico, ritengono che pagare le imposte sia un’ingiustizia, un non-dovuto. Parecchi di questi filosofi, inoltre, non esitano ad apparire sui social o nei talk show come moralizzatori della vita pubblica, nell’impresa di addolcire la pillola dell’evasione fiscale al povero cittadino costretto a fare salti mortali per tirare avanti. Si parla di flat tax per aumentare il numero di contribuenti, in un tira e molla che si sente ripetere da sempre. Oggi si parla di cancellarla del tutto dal dibattito politico.
La verità è che pochi pagano per tutti, e quei pochi pagano la sanità pubblica, le pensioni (tassate due volte, durante l’età lavorativa e poi da pensionati, ma nessuno si scandalizza), la scuola, le opere pubbliche, perfino il ponte sullo Stretto, i trasporti pubblici, la previdenza… Oggi i pochi pagano perfino le armi e saranno coloro che, contutta probabilità sarebbero costretti ad andare in guerra (ce lo ricorda la storia dei conflitti).
Resta la domanda di sempre: che fare? Semplice: introdurre il sacro principio delle manette agli evasori, tentativo del centrosinistra miseramente fallito, e, se individuati e sanzionati, non farli né votare né candidare. Estremizzando il concetto si potrebbe anche spegnere i lampioni che illuminano le loro abitazioni o rompere l’asfalto davanti casa per non agevolare l’uscita dal garage delle loro supercar. Beninteso, è soltanto una provocazione. Non lo è, invece, il rispetto del principio liberal-democratico “No taxation without representation” (nessuna tassa senza rappresentanza). Ha ispirato l’articolo 23 della nostra Costituzione: “Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”. Il punto da superare è proprio questo, legato alla volontà politica di cambiare la legge. Se in America ciò diede l’avvio alla rivoluzione del 1765, in Italia alle soglie del 2027 darebbe il via a una rivoluzione civile, e giusta.






