L’inchiesta sugli arresti illegali da parte della polizia locale di Milano sta portando a particolari inquietanti. Una squadra di agenti della polizia locale impegnata nel contrasto dello spaccio di droga avrebbe addebitato un reato a un ragazzo di 16 anni del tutto estraneo all’illecito. “Gli abbiamo rovinato la vita, non aveva la droga”. A scriverlo in una chat su whatsapp con un collega è un agente. Il messaggio è ora agli atti dell’inchiesta sui presunti arresti illegali di una squadra di vigili impegnata contro lo spaccio. Gli indagati sono 16, accusati a vario titolo, tra l’altro, di falso, calunnia, peculato e arresto illegale.
La procura di Milano chiede il carcere per sei agenti. Cinque erano già stati arrestati ad agosto e oggi sono ai domiciliari. Secondo i pm Giovanni Tarzia e Francesca Celle, lo schema era sempre lo stesso. Un informatore con precedenti indicava chi arrestare e dove cercare la droga. Poi delle esche, cioè dei civili, ordinavano gli stupefacenti e fissavano l’appuntamento. Perché l’informatore lo facesse, lo spiega uno degli indagati, intercettato: “Ci vuole far friggere tutti i suoi nemici”.
Ma dietro tutto l’operato della squadra ci sarebbero soprattutto le ambizioni della commissaria capo, Ilenja Sabato. Al telefono, un altro indagato racconta che dopo “duecento arresti” lei avrebbe infatti preteso un avanzamento di carriera.
Per la Procura il carcere è l’unica misura adeguata. Nella richiesta al gip i pm sottolineano “L’elevatissima capacità criminale” di un gruppo in grado di proteggersi a vicenda e inquinare le prove. Le difese parlano di metodi discutibili, ma di arresti fondati. Ieri il giudice ha sentito tre agenti, compreso l’unico dei sei finora rimasto libero. Martedì gli ultimi tre interrogatori, tra cui quello della commissaria a capo della squadra. Poi il gip deciderà se mandarli in carcere.






