Barack Obama sale sul palco di un gala a Toronto, stringe la mano al premier canadese Mark Carney e nel giro di poche ore il mondo Maga trasforma l’episodio in un presunto scandalo costituzionale con alcuni esponenti dell’estreme destra americana che ne chiede addirittura l’arresto. Sui social network esplode infatti l’accusa secondo cui l’ex presidente avrebbe violato il Logan Act, la controversa e antica legge degli Stati Uniti che vieta ai privati cittadini di negoziare con governi stranieri senza l’autorizzazione federale.
L’ondata di indignazione arriva soprattutto dai sostenitori di Trump, con influencer e commentatori conservatori che hanno descritto l’incontro come una forma di “diplomazia parallela” contro l’attuale leader repubblicano. Il tono, in molti casi, è rapidamente degenerato. Come riportato da alcune testate noti personaggi come Nick Sortor, un creatore digitale vicino all’area Maga, hanno scritto su X che Obama dovrebbe “capire qual è il suo posto prima di finire in prigione”. Altri hanno ne hanno chiesto apertamente l’arresto, mentre il polemista David Freeman, conosciuto online come Gunther Eagleman, lo ha accusato di voler continuare a “comandare lui”. Eppure, al di là della viralità social, il caso appare estremamente fragile dal punto di vista giuridico.
Il Logan Act venne approvato nel 1799 durante una fase di forte tensione diplomatica tra Stati Uniti e Francia. La legge prende il nome da George Logan, medico e parlamentare della Pennsylvania che aveva tentato una missione diplomatica informale a Parigi senza autorizzazione governativa. Da allora il provvedimento è rimasto quasi un reperto storico. In oltre due secoli di storia americana soltanto due persone sono state incriminate sulla base del Logan Act e nessun procedimento è mai arrivato a una condanna definitiva. Persino la Federalist Society, punto di riferimento del pensiero conservatore americano, riconosce che la norma non ha mai prodotto un singolo successo giudiziario.
Affinché possa configurarsi una violazione devono essere soddisfatte tre condizioni precise: il cittadino deve agire senza autorizzazione federale, comunicare con un governo straniero e soprattutto tentare di influenzarne le decisioni in una disputa attiva con Washington. Nel caso di Obama non esistono elementi pubblici che suggeriscano negoziati, pressioni diplomatiche o discussioni politiche riservate. L’ex presidente era nel “Paese della foglia d’acero” per partecipare a una conferenza organizzata da un think tank canadese. Lo stesso Carney aveva pubblicato un messaggio di benvenuto sui social definendo l’evento un’occasione per discutere “come costruire un futuro migliore e più giusto”.
Le accuse contro Obama hanno inoltre riaperto un tema particolarmente scomodo per il mondo trumpiano: gli incontri privati organizzati da Trump con leader stranieri negli anni fra i due mandati. Nel periodo precedente al ritorno alla presidenza, il leader del GOP ha ricevuto regolarmente politici e capi di governo nella sua residenza di Mar-a-Lago. Tra loro il presidente argentino Javier Milei, il premier ungherese Viktor Orbán e l’ex primo ministro canadese Justin Trudeau. In quei casi nessun grande esponente Maga parlò di Logan Act o invocò arresti. Gli ex presidenti americani continuano regolarmente a incontrare leader stranieri, partecipare a summit internazionali, eventi universitari, forum economici e iniziative filantropiche. Accade da decenni, da Bill Clinton a George W. Bush, fino allo stesso Obama.
Le tensioni tra Trump e Carney hanno già alimentato scontri pubblici negli ultimi mesi, soprattutto sui temi commerciali e sul ruolo internazionale degli Stati Uniti. Trump aveva ironizzato sul leader canadese definendolo il “futuro governatore del Canada”, mentre Carney, intervenendo al World Economic Forum 2026, aveva criticato la crescente “coercizione delle grandi potenze”, frase interpretata da molti come un riferimento implicito alla linea republicana. In questo contesto, anche una semplice stretta di mano diventa parte di un conflitto culturale permanente. A quasi dieci anni dalla fine della sua presidenza, Obama continua a provocare nel mondo Maga reazioni che vanno ben oltre la politica.
Dania Ceragioli
