UNA STUPIDA lacrima sul mio viso

di Sara Di Antonio
Pieno dell’estate, la città che inizia a farsi deserta. Esco da una stanza troppo piccola per me, piena di parole vuote e senza valore. Il caffè centrale è chiuso, mi domando se per poco o se per molto, mi posso dirigere solo in quello all’angolo, più esterno nella piazza. Qualcuno più avanti festeggia una laurea, corona d’alloro e brandelli di una tovaglia di carta rossa che segna la fine di un percorso e l’inizio delle grandi speranze.
Sorrido vuota mentre sorseggio un liquido bianco senza sapore, che ha il potere di tenermi impegnata mentre la mente scivola sul lontano e sull’altrove. Piccola lacrima che è un misto di stanchezza e di frustrazione, una piccola resa.
Non vi è alcun sapore nella tonica che mi hanno servito, ma il ghiaccio scivola rapido sui denti e mi risveglia dal mio pensieroso torpore.
Accanto, mi trovo E., signore semplice e buono, che mi riconosce e dice alla barista che pagherà il mio drink. Prova ad avvicinarsi e e a interloquire, ma non incontra il mio solito sorriso. Guarda sorpreso la piccola stupida lacrima sul mio viso, mentre io penso al trucco, e mi racconta che suo figlio fa le arti marziali e si rialza sempre, dopo le botte e le cadute. Io mi vergogno, tiro fuori il fazzoletto e inizio a ricompormi.
Nel frattempo il clangore delle note indistinte della radio copre la maggior parte delle conversazioni, nulla è come prima perché potremmo essere in un bar di Reggio Emilia come lontano, ognuno perso con i propri pensieri e sensazioni. È solo un’estate come un’altra, sembra dirmi tutto attorno a me, mentre il solito tormentone occupa lo spazio sonoro circostante, lasciandoci soli tra gli specchi.
Ma E. non è contento delle risposte che gli ho dato, troppo evasive, e dunque decide di guardarmi negli occhi chiedendomi: “È risolvibile?”. In effetti è una domanda che non mi ero posta, e gli rispondo con un cenno di sì, mentre lo vedo subito rasserenarsi.
Non pensavo di destare tanta preoccupazione, considero ciò mentre do un’occhiata insistente alla mia figura interamente vestita di nero allo specchio, volta a ricompormi. Le gote sono di nuovo scure ma non rosse, il naso è rimasto alla sua dimensione, tutto procede quieto.
Rassicurato, E. mi chiede di aiutarlo a prendere un appuntamento all’anagrafe, io torno a sorridere lietamente, nessuna traccia del laureato di turno, non vi è più alcun rumore. La Piazza è sempre vuota, procedo velocemente con in mano il regalo della gentilezza ricevuta, e il vento tra gli angoli delle vie mi asciuga l’ultima lacrima sfuggita al fazzoletto.

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