IL GOLPE DELLE BIG-TECH

Wired Italia ha realizzato, alcune mesi fa, nel suo format The Big Interview, un incontro alla Bocconi di Milano, con Marietje Schaake, docente alla Stanford University e punto di riferimento quando si affronta l’argomento della governance delle tecnologie, che racconta che cosa c’è dietro l’attività delle aziende tech statunitensi e del modo in cui si sono insinuate nella nostra vita quotidiana. Nell’intervista (qui il video integrale con sottotitoli in italiano) condotta da Luca Zorloni, capo dei contenuti editoriali di Wired Italia, la Schaake affronta con chiarezza tre grandi temi: il colpo di Stato tecnologico delle big tech, l’affermarsi di strutture di potere parallelo e come l’Europa debba costruire un’alternativa allo strapotere della Silicon Valley, sintetizzato in modo molto eloquente dall’insediamento alla Casa Bianca di Trump con i big dei colossi tecnologici in prima fila a omaggiarlo.

Ecco la sintesi a firma di Laura Carrer (cortesia di Wired Italia)

Diciamo sempre che i politici non parlano molto di tecnologia, ed è vero. Non lo fanno perché pensano di essere incompetenti, in quanto non tecnici. Ma è proprio questo che dovrebbe cambiare: non chiediamo a nessuno di smontare un telefono e rimontarlo ma, ad esempio, di affrontare con un approccio politico la condivisione dei dati dei cittadini europei o altri problemi attuali. In estrema sintesi, gli chiediamo di politicizzare la tecnologia togliendola da un ambiente puramente tecnico” dice Marietje Schaake dal palco di The Big Interview.

di Laura Carrer

Schaake è una ex parlamentare olandese, e punto di riferimento quando si parla di governance delle tecnologie. Nella sua attività quotidiana è non-resident fellow presso lo Standford University’s Cyber Policy Center e l’Institute for Human-Centered Artificial Intelligence.

Recentemente ha pubblicato “Il colpo di Stato delle Big Tech – Come salvare la democrazia da Silicon Valley (Franco Angeli editore). Marietje Schaake racconta il dietro le quinte dell’attività delle aziende tecnologiche statunitensi e, soprattutto, del modo in cui si sono insinuate nella nostra vita quotidiana. “A differenza di dieci anni fa, sanno di avere un grosso potere e ci giocano. Alla fine però il loro intento è sempre lo stesso: avere più potere sul mercato”. Le aziende tecnologiche sono letteralmente ovunque, non solo in termini di prodotti, servizi o beni, ma anche politicamente. Come afferma senza mezzi termini la studiosa, “se chiudiamo gli occhi non riusciamo a riconoscere se una dichiarazione è stata detta da un politico americano o da un esponente della Silicon Valley”. Sull’ingerenza di questi ultimi nella politica nazionale e, indirettamente internazionale, Schaake ricorda un evento celebre degli ultimi mesi: “Quando Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca c’è stato un colpo di Stato tecnologico, lo abbiamo visto chiaramente”.

Ciò che da quel momento ci portiamo dietro è un dubbio che tuttora non accenna a dipanarsi, e su cui la studiosa invita a ragionare. “Non sempre capiamo in che modo agisce Trump: quando dice all’Unione europea che non dovrebbe regolare più di tanto le tecnologie americane perché altrimenti il Vecchio continente non sarà più sotto l’ala di protezione statunitense, lo sta facendo per mantenere la sicurezza dei suoi cittadini o per garantire dei profitti alle aziende tecnologiche?”.

E nonostante ora Elon Musk abbia fatto un passo indietro dalla sua carica al Doge, Schaake rimarca: “Si è creata una struttura parallela di potere. Musk non aveva un mandato, non aveva preso le distanze dai suoi interessi economici e non garantiva trasparenza sulle sue azioni. Non sappiamo a che livello di profondità ha potuto accedere, ma i dati dei cittadini americani per lui significano vantaggio competitivo su altre aziende e comprensione dei contratti che queste ultime hanno con il governo americano. Una centralizzazione che in democrazia dovrebbe sempre essere evitata”.

Il ruolo dell’Europa al momento è traballante. La tecnologia si evolve molto velocemente e il Vecchio Continente è vittima di una narrazione particolarmente negativa sul piano internazionale. D’altronde, gli oligarchi della tecnologia vedono come perdente chi mette regole che “arrestano l’innovazione tecnologica”. “Fino a cinque anni fa a Bruxelles tutti erano fiduciosi che la regolamentazione fosse necessaria. Adesso se ne parla come di una barriera all’innovazione: l’errore secondo me è pensare che il divario tra Unione europea e Stati Uniti, negli ultimi vent’anni, sia dovuto proprio a questo. In realtà dobbiamo far sì che gli Stati membri cooperino di più, favorire investimenti europei per evitare di dover dipendere dalla Silicon Valley, e che i politici pensino al presente. A fare le scelte giuste ora” afferma Schaake.

E poi, buttare sempre un occhio alle tecnologie usate in ambito civile: “non ne stiamo parlando abbastanza, ma la commistione tra settore militare e tecnologico non è l’unico punto cruciale. Usiamo molti software per qualsiasi cosa facciamo ogni giorno e ciò significa essere vulnerabili. La disinformazione o la capacità di esfiltrare dati sono solo degli esempi di ciò che dobbiamo contrastare per proteggere le nostre democrazie europee” continua Schaake. L’augurio è quello che gli Stati membri europei che ancora possono dire di funzionare democraticamente si coalizzino, e lavorino insieme. “Gli Stati Uniti non saranno la soluzione” conclude.

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