— “Nessun palcoscenico, nessuna liturgia collettiva e nessun dividendo economico valgono più della salute delle persone. Quando la malattia grave, la disabilità o la vulnerabilità – che richiederebbero un’attenzione sacrale – sollevano la voce e domandano ascolto, una polis autentica dovrebbe rispondere con tre soli verbi, che sono anche tre argini costituzionali: ascoltare, custodire, proteggere.
Invece, assistiamo alla riduzione della sofferenza a mera interferenza. È l’estetica del fastidio: l’istanza del malato trattata come un detrito da spazzare via, o peggio, come materiale da commedia per il cinismo dei passanti. La statura di un’amministrazione e la tenuta di una democrazia non si misurano dal riflesso dei riflettori sui propri trionfi passeggeri, ma dalla qualità dell’ombra che sanno garantire a chi non può stare al Sole. Sacrificare l’incolumità delle persone sull’altare dell’intrattenimento è una regressione lineare nei secoli bui che precedono la conquista dei diritti civili.
Il diritto alla salute non si negozia al ribasso, non si riceve in concessione, non è un privilegio da bilanciare con i pesi leggeri della superficialità. Chi porta il peso della fragilità non deve essere costretto a esibire le proprie piaghe per ottenere cittadinanza, né deve trovarsi a erigere barricate per difendersi dall’insinuazione, dallo scherno, dal fango delle delegittimazioni.
Questo è il paesaggio etico attuale: un luogo in cui chi è esposto deve tacere, subire e, possibilmente, manifestare gratitudine. Un ribaltamento logico per cui l’indice che indica la ferita diventa la ferita stessa. La vulnerabilità, da condizione che esige rispetto, viene ribattezzata come colpa medica o sociale.
Mariasilvia Accardo
