FERRARA / Il disprezzo pianta le tende

La lettera che Mariasilvia Accardo, del Comitato Residenti Piazza Ariostea, ha scritto su Fb per la “Cara signora Fiorella”.
— “Nessun palcoscenico, nessuna liturgia collettiva e nessun dividendo economico valgono più della salute delle persone. Quando la malattia grave, la disabilità o la vulnerabilità – che richiederebbero un’attenzione sacrale – sollevano la voce e domandano ascolto, una polis autentica dovrebbe rispondere con tre soli verbi, che sono anche tre argini costituzionali: ascoltare, custodire, proteggere.

 

Invece, assistiamo alla riduzione della sofferenza a mera interferenza. È l’estetica del fastidio: l’istanza del malato trattata come un detrito da spazzare via, o peggio, come materiale da commedia per il cinismo dei passanti. La statura di un’amministrazione e la tenuta di una democrazia non si misurano dal riflesso dei riflettori sui propri trionfi passeggeri, ma dalla qualità dell’ombra che sanno garantire a chi non può stare al Sole. Sacrificare l’incolumità delle persone sull’altare dell’intrattenimento è una regressione lineare nei secoli bui che precedono la conquista dei diritti civili.

Il diritto alla salute non si negozia al ribasso, non si riceve in concessione, non è un privilegio da bilanciare con i pesi leggeri della superficialità. Chi porta il peso della fragilità non deve essere costretto a esibire le proprie piaghe per ottenere cittadinanza, né deve trovarsi a erigere barricate per difendersi dall’insinuazione, dallo scherno, dal fango delle delegittimazioni.

Chi esercita il potere pubblico ha un mandato di mediazione e scudo. Mai di omissione. Mai di derisione. Eppure, nella nostra città, il disprezzo ha smesso di essere un ospite di passaggio. Ha piantato le sue tende. Si è insediato nei corridoi del dibattito, ha colonizzato la sintassi dei commenti, ha dettato la postura e il tono della dialettica comune. La vera tragedia è l’assuefazione: lo sguardo distratto di una comunità che non ne avverte più il puzzo.

Questo è il paesaggio etico attuale: un luogo in cui chi è esposto deve tacere, subire e, possibilmente, manifestare gratitudine. Un ribaltamento logico per cui l’indice che indica la ferita diventa la ferita stessa. La vulnerabilità, da condizione che esige rispetto, viene ribattezzata come colpa medica o sociale.

È un processo di imbarbarimento che porta con sé una colpa precisa. È stato sdoganato il dogma più tossico della convivenza civile: l’idea che chi non ha forza debba farsi da parte, sopportare l’oltraggio in silenzio e scusarsi per il disturbo se osa alzare la mano. Una città che abdica alla difesa dei suoi figli più deboli per farsi spettatrice del loro linciaggio non sta dimostrando muscoli o efficienza. Sta esibendo la propria decadenza. Il disprezzo, quando trova il silenzio dell’impunità, non transita oltre. Mette le tende, si accomoda. E diventa la lingua ufficiale di una comunità che ha smarrito la memoria della dignità umana”.

Mariasilvia Accardo

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