Il 3 luglio Il Centro – Quotidiano dell’Abruzzo ha compiuto 40 anni. Un anniversario che ha dato lo spunto a due colleghi, Giuliano Di Tanna e Andrea Mori, di raccogliere in un volume le testimonianze di quell’impresa editoriale che appariva velleitaria in una regione all’epoca marginale ma che ben presto si rivelò un successo. Tra le varie testimonianze contenute nel volume (Quei ragazzi del Centro – Solfanelli editore), una in particolare ci racconta come nacque l’inchiesta di Walter Nerone sui cosiddetti Voli blu, ovvero l’utilizzo da parte di Remo Gaspari dell’elicottero dei vigili del fuoco per vari spostamenti non istituzionali. Un ricordo emblematico di come nel 1986 un giornalismo giovane non si fermava ai comunicati stampa e alle veline,  anzi dimostrava di non avere timori, anche se i Voli Blu riguardavano un potente ministro della Dc. Se c’era la notizia si pubblicava. Nerone non tralascia di ricordare lo spirito che animava quella pattuglia di cronisti: dinanzi a notizie importanti si andava sempre alla ricerca di conferme. Oggi, doloroso doverlo ammetterlo, quel giornalismo sembra aver perso nel nostro Paese grinta, irriverenza ed entusiasmo, spianando la strada al dominio delle versioni ufficiali, affidate ad abili ma poco convincenti uffici stampa. (PdA)

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di Walter Nerone

“Nirò, ma sta cosa che vanno a salutare il ministro con l’elicottero è normale? Si iemo io e te ci portano?”, detta con cadenza teramana e la solita storpiatura del mio cognome, la frase di Piero (Capo redattore Di Antonio) poteva sembrare poco più che una battuta. Invece era seria, tremendamente seria. “O Pie’”, gli rispondo con un velo di ironia, “se andiamo io e te ci cacciano a male parole, per quello che ne so quella è una macchina per le emergenze, è attrezzata per portare barelle, benne, verricelli, se la usi come una auto blu come ci vai a spegnere un fuoco o soccorrere qualcuno se non ha l’equipaggio a bordo, col ministro come barelliere?”

“E allora com’è che l’assessore dice che ci sono andati a Gamberale e poi allo stadio?”, insiste senza smettere  “Boh, forse dice una fesseria o quel giorno il servizio emergenza lo faceva un altro o non si faceva, che ne so”, rispondo con sufficienza. “Beh, ci conosci ancora qualcuno all’aeroporto? Chiama e fatti spiegà sta stranezza…”. Da quella sera, da quelle poche battute nasce l’inchiesta giornalistica “Voli blu”, un lavoro lungo, una sfida professionale tra le più ardite, per i pochi elementi disponibili e per la relativa esperienza in materia, visto che fino a qualche mese prima mi ero occupato sostanzialmente solo di gioco a zona e fuorigioco, Galeone, Gasperini e le leggendarie punizioni di Junior. Ma fra un ritiro a Roccaraso e un pomeriggio a San Siro, le 100 lire a riga erano diventate un articolo 2 (“Come Brera, ti rendi conto?” mi lusingava e sfotteva, burbero bonario, il cavalier Carbone) e infine articolo 1, tempo pieno, professionista per davvero.

E per “premio” sbattuto in cronaca alla prima occasione, “reclamato da Mannironi” disse qualcuno, “epurato su pressione di qualche direttore sportivo” pensavo io. Ma tant’è, in fondo spulciare delibere e raccogliere confidenze nei corridoi del Palazzo invece che raccogliere umori nel tunnel dello stadio non faceva gran differenza. Almeno mi sembrava. Fino a quel pomeriggio, a quella battuta dell’assessore regionale Canosa raccolta da un collega.

Da allora cambiò molto. Quasi tutto. Per alcuni mesi l’elicottero rosso AB412 (gran bella macchina, orgoglio del nucleo vigili del fuoco pescarese) è diventato quasi una ragione di vita, almeno professionale, tra incontri clandestini, segnali da spioni da avanspettacolo. Ore a mettere insieme informazioni frammentarie su piani di volo, ordini di servizio, missioni di addestramento, turnazioni dei piloti e piante organiche da incrociare con inaugurazioni, convegni, congressi, matrimoni e sagre paesane. E quello (Piero capo redattore Di Antonio), ogni mattina con la solita domanda: “che c’abbiamo oggi? Regge l’apertura?”. E qualunque cosa rispondessi, la sentenza era la solita: “Va bene, 36 moduli, titolo a 5 o 6? Tieni qualcosa, uno spunto, per un boxino da 10 o 12. Dai comincia a lavorarci, te la disegno io. Ci metto un paio di sommarietti? Sì, sì, il titolo è strillato”. E poi la sera, quando la pagina era in chiusura rieccolo, il perfido: “o Nirò! Siamo sicuri? Non è che ci querela? Dico per te. Tu firmi il pezzo, Carlo firma il giornale. Io che c’entro? Dai dai!”, sollecitava infine, carogna come solo chi ti vuol bene può essere, “chiudi chiudi, che mi dai una mano con le prime e ci andiamo a fare una tazza a Thomas…”.

Ma i “Voli blu” per chi li ha curati e per la redazione tutta sono stati naturalmente ben altro e di più che i pur godibili sketch con Piero. Nonostante la denominazione in apparenza leggera, è stata una esperienza importante, un lavoro tanto serio quanto faticoso, meticoloso. Anche condiviso, devo dire. Ed è piacevole ricordarlo. Perchè non c’è stato un momento durante quella lunga escursione tra vizi del potere, connivenze più o meno patologiche tra esponenti istituzionali ai più vari livelli e addetti ai servizi pubblici, che non ho sentito forte il sostegno del giornale, dalla sua proprietà alla redazione tutta.

Una inchiesta su “Zio Remo”, sul suo stratificato sistema di potere o “clientele” se si preferisce, fino ad allora in Abruzzo forse non era stata nemmeno immaginata. Tutti avevamo chiara la responsabilità di violare un tabù, di rompere l’alea di onnipotenza inviolabile che da decenni circondava (non senza quote di riconosciuti meriti) la figura di Gaspari. In tutti c’era consapevolezza dei rischi che un passo falso avrebbe comportato per un giornale in forte crescita ma nato meno di 5 anni prima. Anche per questo il sostegno, il “tifo” dei colleghi era forte ma altrettanto lo era il richiamo a stare bene aderenti ai fatti, alla realtà. Per stare al tema, a “volare bassi”, insomma. Ma se c’era da dare una mano, nessuno si tirava indietro.

Come Lorenzo, per esempio, preziosa “scorta” armata di Nikon (o era Canon?) quella fredda sera invernale che dal parcheggio del porto turistico mi copriva le spalle mentre mi addentravo sul “molo H” per l’incontro forse più delicato di tutta la vicenda. O Rosanna, quell’altra volta ai giardini di piazza 1° Maggio, simpatica complice nella passeggiata tra i giardinetti per individuare la misteriosa fonte “con l’ombrello rosso”, che aveva il numero del volo per il… matrimonio.  Senza dimenticare amiche e amici della tipografia, dalla frizzante Manuela (“non ti pare che ci manca qualcosa in questo menabò? Dove sta la dida 03?) alla comprensiva Maria Grazia (“Se ci vuoi quella foto, il ministro verticale non ci sta. Allarga a una colonna e mezza, meglio a 2”), passando per Alfredo (“E’ tardi, dai chiudi, che la cazziata la fanno pure a me”),  Annapaola e via fotocomponendo.

Personaggi e scene talvolta ai confini del credibile, per un lavoro che voleva e doveva essere molto credibile, ancorato alla verità. E quella è stata la stella polare dell’inchiesta. Raccontare fatti veri e verificati. Non era compito nostro decidere se fossero reati o solo malcostume. E null’altro veniva chiesto di quanto andava in pagina se non “la fonte è credibile? Ci sono riscontri?”. Mai nessuno, e questo mi dava e dà orgoglio, ha mai posto dubbi né chiesto di conoscere nomi che non potevo né volevo rivelare. Era gente, persone di ogni ambito aeroportuale e non solo (piloti, vigili, forestali, operatori di torre, impiegati di segreterie politiche) che si fidava di me, al punto che in qualche caso (come per il piano di volo “addestramento” quando, causa temporale, l’elicottero rimase due ore lontano dalla base) avrebbe rischiato perfino il posto se scoperto. Gente che aveva legittimi timori a esporsi ma riteneva giusto far sapere certe cose, esagerazioni, abusi più veri che presunti di un potere che ogni giorno di più strabordava dal proprio ambito, che continuava a dirsi al servizio dei cittadini ma intanto pretendeva di essere servito. Come giustificare altrimenti l’uso di un elicottero di una forza armata per andare a un matrimonio, o di quello dei vigili del fuoco per portare un amico allo stadio o a inaugurare una fabbrica a pochi chilometri da casa? Come si poteva considerare che un politico scrivesse a un ufficiale “l‘Abruzzo avrà un AB412 e tu ne sarai il pilota?”, quasi fosse l’acquisto di un bene privato e non la dotazione di mezzi a un servizio di pubblica utilità.

La vicenda ebbe grande eco a livello nazionale, inviati di varie testate piombarono in città e nella redazione de “il Centro”, specie dopo il servizio mandato in onda da Samarcanda, la seguitissima trasmissione di Santoro, che aveva mandato un inviato in redazione e in aeroporto. Per me, per noi tutti, per il giornale stesso, che pure fin dalla nascita aveva in se, anche grazie alla firma del primo direttore, Ugo Zatterin, e del suo nucleo di fondatori, le giuste credenziali di autorevolezza e credibilità, fu comunque quello un ulteriore importante momento di accreditamento nella opinione pubblica regionale come sulla grande platea nazionale.

Va detto anche qui che per le accuse di peculato d’uso e altri connessi ai fatti citati e dimostrati nell’inchiesta “Voli blu”) nessuna condanna penale è stata emessa a carico del ministro Gaspari (per il quale venne insediato lo specifico tribunale dei ministri) e nemmeno per l’onorevole Ricciuti (che ammise correttamente un episodio, seppur collegandolo ad altre attività). Ma va anche aggiunto che entrambi chiusero la carriera politica alla fine di quel mandati. Giudiziariamente illibati ma ritengo consapevoli di essere moralmente arrivati ai confini e forse oltre. Emblemi, loro malgrado di un clima ormai troppo inquinato, degenerato per durare. E personalmente non ho mai considerato casuale che di lì a poco esplodesse anche la tangentopoli abruzzese.

Personalmente da quella esperienza ho imparato molto. Un bagaglio professionale che si è rivelato molto utile, decisivo,  nella vicenda della “maga”, due anni dopo, quella delle partite più o meno aggiustate (anche qui lo scoop del Centro ebbe gran risalto sui media nazionali), anche se poi da “inquirente” mi ritrovai inquisito e senza aver adottato quelle giuste cautele e collezionato testimonianze le più autorevoli magari finivo pure maltrattato, circondato com’ero da personaggi che cercavano popolarità più che verità (altrimenti qualche “scandalo” nel calcio sarebbe forse esploso molto prima).

Alla fine, pur davanti a querele miliardarie, il giudice dovette convenire che nulla di meno che corretto si poteva addebitare al sottoscritto e al giornale. Peccato che questo poi abbia “bucato” il premio del presidente del Senato e l’invito al Quirinale. Qualcuno dice che dietro ci fossero piccinerie di piccola bottega.  Ma di quei due, forse uno, come direbbe Rhett, francamente me ne infischio! Scelgo di tenermi stretto il ricordo di chi quando serviva c’era, senza riserve e col sorriso. Di chi in redazione entrava per svolgere il proprio lavoro, con entusiasmo e tanta voglia di imparare, di crescere  insieme al giornale. Ma senza mai lasciare fuori il cuore.

Foto: un elicottero dei vigili del fuoco (repertorio)

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