VITE CHE NON CONTANO

(professionereporter.eu) – Nelle redazioni decimate e sfiancate difficilmente si trova il tempo per verificare notizie e fonti, uno dei cardini del mestiere. Fatalmente ci si rifugia nel prodotto preconfezionato – agenzie, comunicati e adesso IA – a maggior ragione quando l’argomento è di natura specialistica e presuppone l’intervento di redattori esperti. Quando poi si parla di numeri la resa è spontanea e immediata.

Uno dei casi più eclatanti è quello delle cosiddette (una volta) “morti bianche”, argomento di per sé di scarso appeal giornalistico, fatti salvi casi clamorosi come quelli di Luana D’Orazio, la 22enne stritolata da un orditoio nel 2021, e Satnam Singh, il bracciante indiano lasciato morire per strada con un braccio amputato nel 2024.

In Italia non esiste un referente unico che fornisca un quadro completo degli infortuni sul lavoro però abbiamo diversi player che si ritagliano spazi autonomi. C’è l’Istat che sviluppa informazione statistica sul medio-lungo periodo; ci sono l’Ispettorato Nazionale del Lavoro e il personale ispettivo dell’Inps, deputati ai controlli sul campo ma in sofferenza per organici sempre più ristretti; ci sono le Asl e gli Spisal che operano su base territoriale. E poi c’è l’Inail, l’ente che mensilmente produce un report considerato dai giornalisti la bibbia del settore. A torto.

In quanto assicurazione, l’Inail produce numeri che considerano unicamente le categorie coperte da polizza. In altri termini: non tutti i lavoratori italiani hanno l’Inail, con esclusioni clamorose come i vigili del fuoco, le forze di polizia, i medici e gli stessi giornalisti. Un calcolo esatto non c’è ma esistono le stime dell’Inail stessa, che parlano di circa 4 milioni di lavoratori non assicurati rispetto ai 21 milioni con copertura assicurativa. Rappresentano il 17% della platea lavorativa, ai quali vanno aggiunti i lavoratori in nero e gli irregolari (leggi immigrati clandestini), guarda caso due delle categorie più presenti nelle cronache degli infortuni mortali. Il risultato è che quando se ne scrive non viene rappresentata la realtà ma il punto di vista dell’Inail. Pochi giorni fa il report relativo al primo quadrimestre 2026 è stato ripreso dai media segnalando 270 infortuni mortali, in calo del 7,7% rispetto al 2025.

Non è vero e possiamo affermarlo con cognizione di causa curando quotidianamente le pagine Facebook e Instagram “mortidilavoro”. Nel primo quadrimestre 2026 abbiamo contato 356 morti, 31% in più rispetto a Inail. E le vittime del lavoro non sono in diminuzione, ma in aumento. A tutt’oggi, rispetto al 2025, +10,8% e un impressionante numero di 508 vite spezzate.

Non è tutto. Inail fa certamente il proprio lavoro comunicando parte dell’attività istituzionale, ma i media dovrebbero sottolineare che i numeri dell’ente riguardano solo le denunce ricevute, tutte destinate a essere scrupolosamente vagliate. Dall’iter burocratico dipendono risarcimenti e pensioni. Sarebbe interessante conoscere i numeri delle denunce cestinate, non soltanto di quelle ricevute.

Piero Santonastaso

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