Cantiere Bologna pubblica un articolo di Marco Morales, che si definisce cittadino, sul fenomeno dei maranza e della violenza che esprimono, ormai comune a parecchie città italiane, assimilandolo al movimento punk che stavolta però sfida l’ipocrisia dei benpensanti, dei borghesi. Non si capisce – è la tesi di fondo dell’articolo – cosa fare per portarli verso la loro vera natura di avanguardia sociale, di studenti o di lavoratori, come si comincia fare nella Parigi delle banlieu. Morales invita a proteggere questo nuovo movimento di seconda generazione tra le mura dell’Alma Mater (università) e di Palazzo d’Accursio (Comune), aprendo perfino i laboratori del Dams.

di Marco Morales *


Se osservo l’insieme di uomini e donne per lo più giovani che, in questi giorni di esodo estivo, si dirige verso Bologna Centrale e ne occupa gli spazi mitologici, non vedo soltanto il turista del viaggio in Italia, l’italiano che torna al paese o la balotta del liceo che raggiunge le spiagge del Salento. Non posso non notare il quadro d’insieme che emerge: un autentico movimento punk che viaggia senza biglietto, con in testa cappellini fake di traverso sulla fronte di ricci e sulle nuche coperte dal taglio mullet, ai piedi ciabatte di gomma e calzini di spugna, maglie acriliche delle squadre di calcio. Compresa quella di Lamine Yamal (Nasraoui Ebana, per esteso), che ha scelto di portare la Spagna sul tetto del mondo agli ultimi mondiali di calcio.

A proposito di outfit new punk, spicca anche il sagging: la pratica di portare i pantaloni calati fino a scoprire l’intimo. Un codice nato nelle carceri americane che ora colonizza l’estetica globale dei giovani, compresi i calciatori europei di seconda generazione, diventando il manifesto di un potere generazionale e l’ostentazione del corpo proletario contro la compostezza dei benpensanti, esattamente come la ciabatta col calzino. Le proporzioni asciutte, le gambe slanciate scoperte al ginocchio e il taglio mullet rivisitato con mèche viola, rosa o blu corrono sulla pelle di una gioventù che ridisegna la mappa visiva delle nostre strade. È la nuova dimensione di un’avanguardia che occupa i portici con le tende e i sottoponti con le baracche.

E se poi cerco un refrain musicale – già che sono in ferie anche io – che descriva tutto questo, non mi viene in mente quell’osceno brano “Torno al mio paese”  che risuona in  quest’estate tragica nelle temperature e nell’umore. Risuona invece “Rock the Casbah” dei Clash. E non è male per niente. Evidentemente questa città, ormai metropolitana e da sempre profondamente europea – per lo meno da quando, proprio come le grandi capitali, riesce a produrre avanguardie artistiche, culturali e politiche di rilevanza sia estetica sia sociologica – conserva un’anima sotterranea che rifiuta di spegnersi. Chi dice quindi che la città è del tutto gentrificata si sbaglia di grosso. Il punk esiste ancora, basta saperci vedere chiaro. Semplicemente, i vecchi codici visivi hanno cambiato carne e latitudine. Il punk è on the kasbah delle città occidentali, proprio come qui, nella vecchia signora col culo sui colli.

La storia delle sottoculture è, ancora oggi, una catena di sabotaggi estetici e sociali. Il punk inglese, berlinese o bolognese degli anni Settanta e Ottanta usava il corpo come arma provocatoria anti-establishment. Era l’estetica della spazzatura e della perversione: t-shirt squarciate ed esibite con disgusto per distruggere l’eleganza dei Mods o dei Teddy Boys. A Bologna il punk non è mai stato solo una cresta colorata; è stato un laboratorio intellettuale protetto dall’Università, che parlava la lingua del Dams e si nutriva dell’esplosione dei Centri Sociali Occupati Autogestiti. Oggi quei visi emaciati dei punk londinesi in total black o nel tartan rattoppato hanno lasciato il posto alle carnagioni olivastre e ai tratti levantini, con le tute acetate tagliate al ginocchio, la ciabatta in plastica col calzino e i boxer in bella vista. Sono loro, sono i maranza, signori miei. Ed è qui che risiede il cuore del cortocircuito estetico contemporaneo: il punk 3.0. Se il movimento storico prendeva la spazzatura per farne moda, il maranza fa l’esatto opposto: prende il lusso e il brand borghese e lo trasforma in spazzatura, degradandolo in un ammasso kitsch da mercato della Piazzola. L’iperbrandizzazione fake di questi ragazzi diventa così uno schiaffo al consumismo e al perbenismo. Se la borghesia viaggia con l’abito firmato autentico come barriera di classe, il maranza prende quel simbolo e lo profana: indossa il tarocco a venti euro, lo deforma, lo esaspera fino a logorarlo e lo impone alla città. In questo modo democratizza l’inaccessibile.

Per certi versi, poi, le stesse classi agiate e i rampolli della Bologna bene copiano lo stile dalla strada, evidentemente affascinati da un inconscio foot fetish e da una dinamica collettiva di socks addicted. La borghesia di via Laura Bassi e  limitrofe adotta quindi l’uniforme del margine senza sapere che quella è semplicemente l’unica calzatura che ci si può permettere, sia d’estate sia d’inverno, nei contesti popolari del Maghreb. I figli delle seconde generazioni hanno preso questo simbolo di povertà e lo hanno elevato a feticcio proletario di fiera appartenenza, inducendo i privilegiati ad abdicare al proprio gusto.

Chissà se tra trent’anni una di queste ciabatte tarocche finirà sotto teca al MAMbo o appesa nel salotto di qualche miliardario famelico e colto, come trofeo di una ribellione istituzionalizzata. Magari in qualche sede della Fondazione Carisbo, insieme a Banksy e Blu, strappati da via Fioravanti per essere portati nei musei del centro. O, meglio ancora, se ci finirà una di quelle stesse ciabatte che galleggiano nel mare di Ceuta. Ragazzi che, oltre alla ribellione, esprimono anche l’inganno di per lo meno due monarchie e un paio di repubbliche democratiche che, se fossero ancora gli anni del punk inglese, ne avrebbero sputato le bandiere come i Sex Pistols con la Union Jack.

Ma perché allora questa estetica non è protetta dal Dams come le intemperanze degli alternativi degli anni Settanta e Ottanta? Perché oggi i punk maranza non possono accedervi? Perché questo sistema li priva programmaticamente di due cose fondamentali: i soldi e i documenti. A differenza dei punk storici, che erano studenti italiani protetti dal passaporto, per questi ragazzi la marginalità è una condanna burocratica legata allo ius soli negato. Sbarrata la porta dell’istruzione e dell’ascensore sociale, il sistema li costringe alla delinquenza contro il patrimonio.

Non voglio dare spazio a un facile buonismo progressista – di cui comunque vado fiero –: siamo sicuramente di fronte a una criminalità predatoria e spietata, una cricca di ladri che usa lo sberleffo e il corpo per aggredire una borghesia distratta con l’abilità di Zidane. Però non è l’unico fenomeno predatorio e spietato che subiamo come cittadini; c’è, per esempio, lo stesso attacco al salario alla fonte nelle buste paga dei lavoratori dipendenti.

Peraltro questi stessi ragazzi non sono affatto apolitici e nichilisti come i loro illustri predecessori: sono iper-politicizzati. Sono in prima linea per la causa della Palestina, uno specchio globale in cui proiettano la propria condizione di segregazione coloniale. E la tragica morte a Bologna di Abderrahim Fakir, soffocato durante un fermo di polizia al Pilastro, ha scatenato una rivolta cosciente. La loro denuncia era rivolta a uno Stato chiuso nelle sue questure, un sistema talmente ostile che preferisce eliminare fisicamente il disagio e i corpi marginali piuttosto che affrontarne storicamente le cause. Nelle manifestazioni bolognesi di vicinanza alla famiglia di Fakir, il coro che si è alzato sotto i portici è sempre lo stesso: «Tout le monde déteste la police». I ragazzi usano il francese per collegare la loro rabbia direttamente a quella delle banlieue di Parigi, Marsiglia e Lione. È un filo rosso anticoloniale che unisce le periferie d’Europa.

Ma a proposito di Francia e Parigi: lì, la presa del Canal Saint-Martin dove il maranza d’oltralpe fa le ferie, la conseguente autorizzazione alla balneazione pubblica e gratuita, insieme alle politiche aggressive per tassare e requisire le case sfitte da restituire ai cittadini, dimostrano che il movimento comincia a trovare ascolto. Quando la politica restituisce lo spazio pubblico e il diritto all’abitare, strappa i giovani dalle grinfie della malavita locale che li induce a spacciare e dalle grinfie familiari o sottoculturali che generano le violenze di gruppo. La sicurezza si fa con le case, con il lavoro, con il welfare e con i beni comuni.

Qui da noi, nella nostra “Parigi minore”, emerge invece l’immensa schizofrenia della società. Privatamente, la Bologna borghese accetta e vampirizza questo mondo: i ragazzi del centro ne comprano lo stile, ascoltano la stessa musica e consumano h24 il contatto illegale dello spaccio. La città ricca ha un disperato bisogno dei servizi e dell’alterazione che i ragazzi di strada producono. Pubblicamente, però, ne rifiuta l’esistenza. Scatta il panico morale: si chiedono più volanti, si firmano petizioni anti-bivacco in nome del decoro. Si prende il pacchetto estetico ed eccitante della trasgressione e si criminalizza il corpo che lo produce. Non si capisce cosa fare per portarli verso la loro vera natura di avanguardia sociale, di studenti o di lavoratori.

La nostra amministrazione dovrebbe prendere esempio da quanto accaduto a Parigi, e infatti ne vedo già i primi segnali. Se anche Bologna risponderà con una visione di forte welfare e ridistribuzione degli spazi, la violenza potrebbe cessare nel numero di episodi. È ora che questa città smetta di nascondersi dietro le menzogne social destrorse, i suoi studentati di lusso, la vista sui tetti per turisti e i suoi musei pronti a fagocitare l’arte di strada. La mia ricetta, per quanto non depositata in Piazza della Mercanzia Come il tortellino, è semplice e già sperimentata: proteggere questo nuovo movimento punk tra le mura dell’Alma Mater e di Palazzo d’Accursio, aprendo i laboratori del Dams a questo neo-movimento per il quale suggerisco la definizione accademica “Mazzini-Maghreb”.

* cittadino

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui