Il 3 luglio del 1986 comparve nelle edicole dell’Abruzzo il primo numero del quotidiano Il Centro, sotto la direzione di Ugo Zatterin e la condirezione di Carlo Pucciarelli. Una scommessa di Carlo Caracciolo e Franco Sensi per ovviare all’assenza di una voce autonoma che esprimesse la realtà abruzzese; fu chiamato “Il Centro – Quotidiano dell’Abruzzo” per sottolineare non solo la collocazione geografica della regione, situata al centro dell’Italia, ma anche la linea editoriale aperta a tutte le voci. Un successo. In occasione dei 40 anni, un nutrito gruppo di giornalisti ha scritto di quell’esperienza che contribuì a cambiare il volto di una regione fino ad allora tenuta ai margini. I giornalisti Giuliano Di Tanna e Andrea Mori hanno raccolto quelle testimonianze in un libro “Quei ragazzi del Centro”, edito da Solfanelli , presentato sabato 27 giugno a Pescara.
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(Piero Di Antonio) — Il grande salone del giornale dove tutti vedevano tutto suscitava ovvia curiosità con l’inevitabile timore delle situazioni nuove. Eravamo inconsapevoli di entrare per la prima volta nel futuro, del nostro e della nostra terra un po’ bistrattata.
Lo scoprimmo quando la macchina del Centro, una volta avviata, spianò la strada al più inaspettato cambiamento, per meglio dire alla più interessante rivoluzione, che quel tempo prospettava.
L’Abruzzo era ritenuto marginale nella produzione editoriale, serbatoio di lettori delle testate pensate e scritte altrove. Quella novità fece sì che decine di giovani e donne portassero in dote i loro talenti, ciascuno con le più disparate storie personali e con obiettivi di vita fino ad allora mai centrati. Nessuno di noi lo negava, ma la terra dei pastori e dei cafoni veniva sorvolata dagli eventi e soprattutto dalle innovazioni che si stavano facendo largo nella società italiana.
Terra snobbata dai media che contavano, sebbene nascondesse sotto la superficie riserve di professionalità e competenze impensabili, inespresse per anni. Eppure, a ben scavare, si rivelarono solide. Si cominciò, così, giorno dopo giorno, a dare il meglio. E i lettori? Afferrarono nello spazio di poche mattine quel qualcosa di nuovo e interessante che si stava profilando all’orizzonte. Non era un esperimento, ma una realtà che si stava imponendo.
Per molti di noi, in definitiva, era il primo giorno di scuola, la nuova vita che generazioni di giovani avrebbero affrontato in quello stanzone di Pescara, era un open space in cui gli avanzati sistemi editoriali del tempo, noi convinti che fossero il non plus ultra, lasciavano già presagire l’ondata di tecnologie che da lì a poco avrebbero fatto irruzione nei media, sconvolgendoli e cambiandoli, forse in peggio, fino ai giorni nostri.
Tutti vedevano tutto: chi scriveva, chi urlava al telefono, chi dava ordini, chi discuteva con le redazioni esterne e chi esultava per qualche colpo giornalistico. Aiutati a loro volta da professionisti extra muros, di lungo corso, in un giusto mix di esperienza e passione che avrebbe modellato il nostro carattere dandoci padronanza della più imprevedibile professione inventata dall’uomo che sottintendeva da sempre una domanda: come si fa a codificare un orario di lavoro di redazione se i fatti ne sono privi? Lavoravi per ore attorno a una notizia, a una frase, a un titolo, a un dubbio – perfino a una foto (e qui va ricordato il grande lavoro dei fotoreporter) che spesso tardava ad arrivare nonostante fosse prevista in pagina – e licenziavi, esausto, il giornale. Ma c’era sempre un avvenimento dell’ultimora a costringerti di rimettervi mano. Ricominciare dava nuova adrenalina, mai stanchi però.
Quarant’anni fa, quasi tutti si appropriarono delle fasi del complesso e spesso oscuro sistema dell’informazione, adeguandosi ai cicli e alle fatiche che comportava. Un folto gruppo di giovani era riuscito ad atterrare sulla Terra dimenticata, collocandola nella giusta geografia dell’informazione. In quegli anni, in altre parole, si stava entrando nella modernità. Lo si avvertì fin da quei primi giorni di scuola. Noi studenti riuscimmo a far diventare più saldo il legame con l’opinione pubblica, anche attraverso lo sport. Come dimenticare quel pomeriggio in cui il Pescara del mai troppo compianto Giovanni Galeone conquistò la serie A, maggio 1990. Un’edizione straordinaria del giornale in contemporanea con la fine della partita decisiva, preparata su sollecitazione del Carletti con un’incredibile mole di dati, foto e commenti. Andò a ruba, in migliaia di copie.
Quel giorno vi fu la promozione nel giornalismo che contava anche del quotidiano degli abruzzesi. Un colpo che rese felici tutti, compreso l’editore dell’epoca. Si chiamava Carlo Caracciolo. Nei quarant’anni del Centro sono passati sui desk tanti colleghi e colleghe, diretti verso altri incarichi nel resto d’Italia. Ma alcune righe vanno dedicate a una giornalista di rara sensibilità, preparazione e stile, Tudi Giordanelli, che ci lasciò ancora giovane. Non ci resta altro se non accompagnarla, ovunque sia, con il nostro ricordo.