di Sara Di Antonio
E così G. è partita. La sua stanza è piena di libri delle medie – delle medie e delle superiori – poggiati a terra, in pile diverse e accatastate senza un ordine preciso. Il letto è ancora disfatto, come se si fosse alzata per andare in bagno e dovesse tornare.
Ci sono vestiti leggeri sulla scrivania, una tazza vuota, l’armadio aperto come se ci fosse stata una incertezza nel vestirsi. Che invece non c’è stata. Fare una valigia è un attimo, se si hanno vent’anni e se si ha davanti il proprio futuro.
Uscire di casa significa tagliare i ponti con una famiglia piena di fastidi e verso cui non si prova alcuna nostalgia. Guai se fosse il contrario, la natura mi castigherebbe. I gioielli sono tutti perfetti, li guardo mentre raccolgo da terra un bicchiere per portarlo in cucina. Nel farlo, mi rivolgo verso lo specchio dell’armadio, continuamente saccheggiato da V., diventata improvvisamente figlia unica e avida per questo.
Cerco una traccia della bambina capricciosa e forte che G. era da piccola e non la trovo, così come non vi è alcun ricordo, neppure sbiadito, della me più bella e più giovane che la chiamava e che la sgridava. Voltandomi, sento ancora il suo profumo dolce e vanigliato nella stanza, mentre scaccio un gatto che vorrebbe entrare, andando a riempire uno spazio che oggi sembra sempre più vuoto.
Quasi intuendo la mia sensazione, G. mi chiede via messaggio se mi troverà al suo ritorno, domenica sera prima della sua ripartenza. “Vorrei riuscire a vederti prima di andare”, scrive, e in quel messaggio vi è tutto l’inutile valzer delle persone che si amano e che sono lontane.
E vi è perfino il ricordo un po’ sbiadito di quella ragazzina vivace e ostinata che oggi porta le sue lunghe gambe di giovane donna lontano da qui, lontano da me.

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