L’Egiziano mi parla di Mahfuz e mi fa sentire dove non sono mai stata

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di Sara Di Antonio
— Entra nel mio ufficio in Stazione l’Egiziano, un polmone a metà. Respira a fatica, le mani affusolate e ambrate, chiede se può sedersi per riposare un po’, fuori fa caldo e perfino io -vinta dall’umidità- ho acceso l’aria condizionata.
Lo invito ad accomodarsi, e mentre continuo a controllare il mio documento, lui inizia a parlare del Cairo e mi inonda di ricordi, come se estraesse molto lentamente dei gioielli da uno scrigno dorato. I suoi ricordi si intrecciano ai miei, meno splendenti, e diversissimi, ma insieme scivolano via come in un ruscello che ci rinfresca da queste alte temperature.
Mentre parla si fa il segno della croce, forse vuole ostentarlo, in un quartiere pieno di arabi praticanti, allora gli chiedo se è copto; copto come lo straordinario scrittore egiziano Nagib Mahfuz di Trilogia del Cairo, dice lui, il primo scrittore arabo a vincere un Nobel e autore da me molto amato.
Io invece so che Mahfuz era un vero musulmano, tuttavia taccio docilmente, poiché alle mie orecchie il parlare di quest’uomo ansimante e debole è dolcissimo, ed è capace di curare le mie ferite gettandomi nella quiete più assoluta. Il tutto, mentre cerco di riprendere la lettura del mio documento, interrotta più volte, ma non ci può essere paragone tra un testo, quello tra le mie mani, che inizia con la parola rendiconto, e le sue travolgenti poesie.
Gli chiedo se è amico dei tanti ragazzi fuori, impegnati a quest’ora nel gioco di questa dama strana, o forse un domino, che non conosco, ma mentre fuori si sentono i rumori delle pedine sganciate pesantemente sul tavolo, lui afferma che non esiste nessun Mohamed buono, e che non ama i musulmani.
Non sono d’accordo neanche su questo, e mentre lo afferma io penso ai tanti suoi connazionali seduti fuori che cercano la felicità e la pace esattamente come lui, e sorrido. Poi mi mostra una iscrizione, si riferisce alla Chiesa della Natività di Betlemme, e mi fa un lungo discorso sulla luce, ma io sono troppo impegnata a guardare quel cielo quasi estivo che campeggia oltre le sue spalle, e che tocca i fili elettrici dei binari, facendomi sentire altrove.
Potremmo davvero essere al Cairo, dove ahimé non sono mai stata, o a Tunisi, o a Marakkech, che conosco e amo, e la cui straordinaria bellezza mi richiamano calde e sincere in questo momento dell’anno.
Ma l’Egiziano, ormai ripresosi, inizia ad alzarsi delicatamente dalla sedia, mentre nell’ufficio entra un altro cittadino. Come è lontano improvvisamente il palazzo dei desideri di Mahfuz: la casa dei desideri, mi corregge lui.
Ma anche noi ci troviamo in un cortile invisibile, quello dei nostri destini, aperti al vento e alle intemperie, eppure capaci di attrarre l’aria, la gioia e gli uccelli colorati che si appoggiano per qualche istante guardandoci incuriositi. Dovrebbe esserci perfino qualche pianta, in questo cortile, anche se cercando intorno a me non vedo altro che tre piccole orchidee nell’altra sala, e non basta.
Eppure il verde sembra presente e vicino, così come qualche fonte d’acqua pura, in questo mio immaginario harem silenzioso, che ci accoglie invisibile e ci fa pensare a quanto siamo fortunati per il solo fatto di potere vivere ancora, e di raccontarci, come oggi quest’uomo ha deciso di fare con me;
finché non apro la porta dell’ufficio per fare uscire l’Egiziano, e di nuovo l’afa pesante e umida mi travolge, assieme al rumore della strada, facendomi dimenticare tutto.

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