di Sara Di Antonio
— Quando fa molto caldo, a tutti viene spontaneo guardare il cielo. Un tempo i Romani – mia figlia porta all’orale latino, mi pare, ma potrei sbagliare – si riferivano agli aruspici e agli auspici, appunto, osservando il volo degli uccelli in aria, monitorando ciò che non si può controllare: facendosi guidare da una direzione, la destra, molto propizia, oppure la sinistra, davvero funesta.
Credo che quando la temperatura diventa inaccettabile per molti – e in pianura padana accade spesso, l’estate – queste regole non valgano, e che basti osservare il sorriso di chi ci sta accanto per orientarsi sul futuro, che in fondo è ciò che già sappiamo. E risiede nella consapevolezza che supereremo anche la fase in cui i nostri sentimenti – e le emozioni, care a ogni psicologa, che si illuminano al sentire tale parola – sembrano sovrastanti e inaccettabili, come tutte le cose che non capiamo, e che di certo restano molte; e che di fatto sono nulla rispetto a una imminente interrogazione di latino, matematica o storia, quando uno afferma di non ricordare nulla, davvero nulla per ciascuna di queste materie, mentre l’esame è vicino.
Quanto a noi, potrebbero interrogarci sull’odore e perfino sul sapore di questo cemento caldo che viene lavorato, ogni mattina che Dio manda in terra, dalle mostruose macchine sempre in movimento dei cantieri sotto casa, così come pure dai profumi di mezze e cous cous del ristorante vicino casa, che propone ogni sera una cucina non araba – per carità, gli amici egiziani se ne avrebbero a male – ma unicamente marocchina nella vicina via Roma. Un luogo piccolo e stretto che fa sentire magicamente vivi ogni volta che varchiamo la sua soglia e ci mettiamo a sedere chiedendo un piatto; da mangiare rigorosamente senza forchetta, ma con le mani, come se fossimo già in vacanza, in un’atmosfera sospesa e accogliente, lontano da qui.
Come alla figlia maggiore, davvero non può interessarci nulla dei lavori in corso, o di metterci ai fornelli, mentre fuori potremmo essere a Tunisi, o a Bizerte, finalmente; eppure ci manca straordinariamente il mare, lontano dai Trabocchi come siamo, ma anche dal Mar Rosso o dal Nilo di cui i ragazzi sotto casa fantasticano meravigliati, senza ricordare la polvere, e appunto il caldo che inebetisce anche loro.
Io, discendendo comunque dai Romani, guardo spontaneamente il cielo, sentendo tutte le inevitabili connessioni con l’assurda atmosfera di un azzurro troppo pallido per essere in qualche luogo del sud, e azzardando un oroscopo a mio favore. Eppure stranamente non ricevo alcun messaggio, se non l’afa strepitosa che uccide ogni desiderio e ogni dubbio, la musica da lontano di un concerto che sta per iniziare, e la polvere che è rimasta impressa sul portone dai lavori di oggi: ultimo brandello di realtà, prima che l’odore pungente di harissa salga attraverso le narici richiamandomi a luoghi dove non sono mai stata, ma che mi mancano già.

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