di Sara Di Antonio
MOSCA – Cammino per una strada baciata dal sole come se conoscessi la città, o se vi fossi nata. Un tempo questo quartiere era come lo percorreva Raskolnikov, polveroso e pieno di ubriachi e miserabili. Oggi è vivace ma non stupidamente lieto, la sofferenza continua a vibrare sui muri e sotto le scarpe, si cammina veloci sugli enormi viali trafficati, chiamati in russo prospettive.Guardando sulla cartina i profili dei canali sulla Neva, è stato scoperto che essi richiamano l’elettroneurografia di una persona nervosa, o stanca, esattamente come lo era l’eroe dostoevskiano; e come lo siamo tutti noi che amiamo lo scrittore e siamo venuti ad annusarne le tracce per strada, come cani.
Quel che è certo è che mi trovo in luogo insolito e potente. Le persone corrono ma non si è mai invisibili, qualcuno offre una mano per portare una valigia, e stranamente non desidera nulla in cambio. Il Mediterraneo dove ognuno sorride per rubarti qualcosa – speranza, oppure soldi – è lontano.
Il ponte su cui inizia l’avventura del romanzo è sempre lì, il ponte K., e gli anni che mi separano da quella prima lettura – trentadue – sono incredibilmente tanti, e pesanti. Una turista asiatica – o forse un’abitante dello Stato sovietico, ancora molto ampio – fa una foto alla statua scura dell’autore; lei ha un cappotto nero molto grande, un cappello particolare, i guanti bucati, eppure sembra la persona più a suo agio in questa città vibrante. La metropolitana offre uno scorcio su una piazza ottocentesca, ma io non so più dove andare e mi sembra di avere visto abbastanza.
Trattengo il respiro, mentre un georgiano mi racconta del suo amore per l’Italia che non esiste più, e intona delle canzoni lontane, davvero troppo semplici, che dunque decisamente non ascoltiamo mai nell’anno in cui è morto Guccini.
In una boutique di basso prezzo mi fanno toccare con mano la plastica dei fazzoletti per la testa, dicendo che il marchio è italiano; grazie a questa benevolenza, posso acquistare un cappotto per poco, salutando con un sorriso e con un arrivederci. Non è il cappotto di Gogol’, quella era una giubba militare, e il venditore del mercato sobbalza mentre voglio comprarmi un pantalone di mimetica; non sa che per noi si tratta solo di una stampa alla moda, per lui ha un valore dolorosamente reale.
Usciti fuori dal mercato, le signore appoggiate alle strade vendono fazzoletti bellissimi, pieni di rose, e conoscono il valore dei rubli scandendolo in ottimo inglese, in una città in cui quasi nessuno, fieramente, lo parla. Dentro la metropolitana che silenziosa mi porta all’albergo, non vi sono persone che mi superano, solo qualcuno desideroso di tornare a casa, come me.
Le vie di Dostoevskij sono dietro le mie spalle, mentre risalgo avvicinandomi di più alla Neva e a una via che porta il nome di Čajkovskij. Mi volto per capire se sono arrivata a destinazione, e poi mi rituffo nella folla.
Il poliziotto esortò Raskolnikov con la famosa frase: “Abbandonati al fiume della vita, ti porterà in qualche posto”, e non posso che essere d’accordo.
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