Leone d’Oro di Venezia, Palma d’oro di Cannes e in queste ore il grande appuntamento della stagione con la gara per l’Orso di Berlino, ormai alla 76esima edizione che finirà il 22 febbraio. Sono i tre grandi festival cinematografici che attirano l’attenzione di tutto il mondo. La Berlinale – da sempre il manifesto di cinema come forma d’arte politica, sociale e aperto alle nuove energie – ha preso il via già con una prima polemica su Win Wenders, presidente della giuria internazionale, prima dell’attesa proiezione d’apertura di No Good Men, affidata a una regista afgana, Shahrbanoo Sadat, che basa il film, dedicato a tutte le donne del suo Paese, sui suoi ricordi e su quelli dell’attore Anwar Hashimi (qui co-protagonista maschile). (Sotto, nella foto)
Il film mostra l’unica camerawoman di Kabul News in un ambiente, quello della televisione afghana, fortemente maschilista. Imprigionata fra un matrimonio che l’ha delusa e che porta avanti solo per assicurarsi di poter stare vicina al figlio Liam e la realizzazione di soli programmi tv per donne, Naru accumula offese e derisioni, cui risponde sempre con sagacia, dando il via alle numerose schermaglie verbali che alimentano soprattutto la prima metà della pellicola, ambientata a ridosso del ritiro americano dall’Afghanistan. A quel punto però l’avventuroso 2021 della coraggiosa Naru si trasforma nella tragedia di un Paese di nuovo sotto i talebani e ne consegue che nell’ultima parte del film i momenti comici, a contatto con il dramma, si fanno rarefatti. La Sadat non manca di dimostrare l’assunto di tutto il film esplicitato fin dal titolo: vale a dire che in Afghanistan non ci sono uomini buoni. No Good Men non è solo, comunque un racconto individuale: è un’indagine sulla fiducia, sul potere, sulla sopravvivenza emotiva in un contesto esplosivo.
Aldo Spiniello su Sentieri Selvaggi ha scritto che la Sadat “racconta la condizione femminile in Afghanistan, facendo parlare innanzitutto le donne, mettendo a confronto aspirazioni e delusioni, rassegnazione e insofferenza, il desiderio di autonomia e libertà e la condiscendenza ai dettami di una mentalità reazionaria, se non fondamentalista. È questo sguardo femminile il motivo di interesse di No Good Men, che a tratti sembra quasi potersi trasformare in un’inchiesta sociologica da cinéma vérité, quando Shahrbanoo Sadat, nei panni della protagonista Naru, raccoglie per strada la testimonianza di donne d’età sulla loro esperienza dell’amore. Ma è uno spunto che finisce per perdersi subito nei cliché di una trama romantica già scritta, come se la regista si fosse già accontentata di rispettare le traiettorie obbligate di un cinema internazionale innocuo, a uso e consumo di un pubblico “illuminato e progressista”, ma incapace di liberarsi dalla dittatura dei temi.
LA POLEMICA SU WIN WENDERS
Il Festival vede come presidente della giuria internazionale Wim Wenders, il grande cineasta tedesco noto per aver esplorato da decenni il ruolo del cinema nella nostra epoca. Lo stesso Wenders ha scatenato però polemiche e critiche quando ha affrontato in conferenza stampa il tema del potere del cinema di contribuire a guarire un pianeta ferito. “Sì, i film possono cambiare il mondo – ha detto ai giornalisti – Ma non in senso politico. Nessun film ha mai davvero cambiato le idee di un politico”. Le sue parole sono arrivate in risposta a una domanda sulla presunta solidarietà selettiva della politica e della cultura tedesca.
Il riferimento era alla ritrosia che esponenti della politica e della cultura tedesca hanno dimostrato in questi anni a esprimersi contro il governo Netanyahu e a sostegno della popolazione della Striscia di Gaza. “Dobbiamo tenerci fuori dalla politica perché se facciamo film che sono politici, allora scendiamo nel campo della politica che fa troppo rumore. Ma noi siamo il contrappeso della politica, noi siamo l’opposto della politica. Il nostro lavoro lo dobbiamo fare per le persone, non per i politici – ha risposto Wenders – il cinema ha il potere di suscitare compassione ed empatia. I notiziari non sono empatici. La politica non è empatica, ma i film sì. E questo è il nostro dovere” ha concluso il regista.
Dopo la fine della conferenza stampa, mentre sui social e sui giornali si iniziava a criticare Wenders per una risposta ritenuta inaccettabile, la scrittrice Arundhati Roy (vincitrice del Booker Prize nel 1997) si è ritirata dalla Berlinale. Roy, che aveva in programma di partecipare alla proiezione di un suo film del 1989, recentemente restaurato ha definito i commenti di Wenders inaccettabili. «Sentirgli dire che l’arte non dovrebbe essere politica è sconvolgente. È un modo per chiudere una conversazione su un crimine contro l’umanità che si perpetra davanti ai nostri occhi, in tempo reale, e invece gli artisti, gli scrittori e i registi dovrebbero fare tutto il possibile per fermarlo» ha poi affermato in un comunicato stampa.
Come riporta il Guardian, la produttrice polacca Ewa Puszczyńska, membro della giuria presieduta da Wenders, ha definito “ingiusta” la formulazione della domanda da parte del giornalista, spiegando poi che l’intento di Wenders, di tutta la giuria e di tutta l’organizzazione del festival è “parlare alla gente e di farla riflettere, ma non possiamo essere responsabili delle loro decisioni, che siano a favore di Israele o della Palestina. Ci sono molte guerre in cui vengono commessi genocidi, e noi non ne parliamo. […] La questione è più complessa di così e quella domanda era abbastanza scorretta”. (In collaborazione con RivistaStudio.com)
