di Massimo Cavallini *
Non ci sarà, per Cuba, una “soluzione venezuelana”. Non emergerà, dalle tenebre che oggi avvolgono l’isola, alcuna Delcy Rodríguez. L’Avana non conoscerà – come sta accadendo a Caracas all’ombra del petrolio – alcun viceré in grado di governare gattopardescamente il paese, cambiando tutto senza che nulla cambi. Non ci sarà, a Cuba, una soluzione venezuelana, ma, come in Venezuela, potrebbe esserci un “raid” armato analogo a quello che all’alba di questo 2026, portò all’arresto, o meglio, al sequestro, di Nicolás Maduro. Potrebbe esserci questo e anche qualcosa di più di questo. Come, infatti, a gran voce e in continuo crescendo va reclamando l’ala dura dell’esilio cubano – che è poi l’unica ala che davvero conti in quel di Miami o di Washington D.C. – quel raid potrebbe arrivare come l’ “upgrade” d’una molto più ampia e “definitiva” operazione militare. Anzi, come una vera e propria invasione, una nuova (e questa volta vittoriosa) Baia dei Porci.
O forse no. Forse nulla di quanto sopra accadrà, almeno nell’immediato, come ieri ha lasciato in qualche modo intendere proprio il “capo di tutti i capi”, Donald J. Trump. “Cuba? – ha detto il presidente Usa rispondendo al volo alla domanda di un giornalista, nel mentre andavano accavallandosi le notizie – non vedo, al momento, alcuna “necessità d’una escalation”. Anche se, ovviamente intatta rimane la sua volontà – apertamente e con tipica eleganza dichiarata un paio di mesi fa, di prendersi, “take”, Cuba e di farne “whatever I want”, quel che più gli aggrada. Questo – vale a dire, tutto e il contrario di tutto – è quel che, allo stato delle cose, si può confusamente dedurre da due eventi che, con ovvia interconnessione, hanno conosciuto gli onori della cronaca.
Il ribaltone di Rubio
Primo evento: l’accorato messaggio televisivo che, in spagnolo e con sottotitoli in inglese, il Segretario di Stato Marco Rubio ha rivolto, nel nome di Donald Trump, al “popolo cubano”, offrendogli “a new path”, un diverso e luminoso cammino, un nuovo e splendente capitolo nelle relazioni tra gli Stati Uniti e una “nuova Cuba”. Secondo evento: l’annuncio, da parte del Department of Justice, della formale incriminazione di Raúl Castro – l’oggi 94enne fratello del “comandante en Jefe” Fidel Castro, e storico “numero due” del governo rivoluzionario – per l’abbattimento (quasi certamente in acque internazionali) di due aerei CESSNA appartenenti alla ONG “Hermanos al Rescate”, avvenuto il 24 febbraio del 1996. Quattro persone erano morte in seguito a quell’attacco.
Il discorso televisivo di Rubio è in effetti riecheggiato ieri, con messianici accenti, come una vera e propria svolta politica. O, meglio, come una definitiva sconfessione dei negoziati che, con lui come protagonista, parevano fino a ieri preannunciare, per l’appunto, una possibile “soluzione venezuelana”. Rubio, si raccontava, sta confrontandosi, alla ricerca di una soluzione (o, più prosaicamente, d’una o d’un Delcy Rodríguez cubano) con quello che a Cuba è, da tempo, il “vero potere”. Ed un potere il cui cognome continua, inesorabilmente, ad essere Castro.
Contro il potere di Gaesa
In concreto: prima del discorso di ieri, Rubio andava alacremente trattando con i dirigenti di GAESA, la grande corporazione militare che – a partire dal turismo – da tempo gestisce i più pregiati pezzi dell’economia cubana. Interlocutore privilegiato di questo confronto “alla venezuelana”: Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote preferito di Raúl, figlio di Deborah Castro e del defunto generale Luis Alberto Rodríguez López-Callejas, considerato la mente creatrice di GAESA.
Quello di Rubio è stato in effetti, a fronte di queste molto insistenti e mai smentite voci, un vero e proprio ribaltone, un lungo ed implacabile (anche se, dati i precedenti, non troppo credibile) j’accuse contro GAESA, ora correttamente, ma con più che ovvia strumentalità descritta come l’odioso e non riformabile nucleo d’un regime rapace, incompetente e irrimediabilmente corrotto. Non credete, ha detto in sostanza il segretario di Stato, a quanti vanno ripetendovi che la causa delle vostre sofferenze è l’embargo, vecchio o nuovo che sia. Alla base della tenebrosa catastrofe che è diventata la vostra quotidiana esistenza c’è un potere – GAESA per l’appunto – che, a esclusivo beneficio della cricca che la dirige, si appropria delle ricchezze del Paese, divora quel che a tutti voi appartiene. Ed è a fronte di questa tragedia che Donald Trump vi offre ora una nuova e luminosa strada (“path”) verso la libertà e l’opulenza. Percorriamola insieme.
L’incriminazione strumentale di Raul Castro
Dove questa strada cominci (uno sbarco dei marines, come sembra desiderare l’esilio cubano?) e dove finisca (un “bagno di sangue”, come minacciato dal governo cubano nel caso d’una invasione?) non è affatto chiaro. Chiara è invece – e chiara fino al ridicolo – è invece, anche in questo caso, la natura strumentale della incriminazione di Raúl Castro. Perché strumentale? E perché ridicola? Per le stesse ragioni per le quali strumentali e ridicole sono, in queste ore, per chiunque valuti con parametri minimi di serietà i reali rapporti di forza, tutte le denunce in merito all’imminente “pericolo per la sicurezza nazionale degli USA” che vanno con insistenza circolando a sostegno di un immediato e “preventivo” intervento militare. Ultima e particolarmente grottesca variante di questa campagna quella che riferisce di progettati attacchi con droni alla base di Guantánamo.
Rispolverate prove di trent’anni fa
Scoprire, o riscoprire a trent’anni di distanza – e sulla base di “prove registrate” che assolutamente nulla aggiungono a quanto fin dall’inizio si sapeva – “colpe” e responsabilità che, a torto o a ragione, Raúl non solo ha sempre ammesso, ma orgogliosamente rivendicato come una forma di “legittima difesa”, può, infatti, avere un senso solo come ovvio pretesto per possibili iniziative militari. O come molto trasparente strumento di pressione nella speranza d’una resa per fame di Cuba. O, ancora, come un molto ipocrita tentativo di conferire a quanto sopra un’aura di morale grandezza. “È finalmente scoccata l’ora della giustizia” hanno tuonato ieri, durante una conferenza stampa, i massimi dirigenti dell’esilio, Mario Díaz-Balart, Maria Elvira Salazar e Jorge Mas Santos. “Carcere o esilio – hanno aggiunto – Raúl, l’assassino Raúl, ormai non ha scampo”.
I buoni e i cattivi
L’ora della giustizia? Dovesse un ipotetico capoclasse esser chiamato – come si usava un tempo – a marcare sulla lavagna, in assenza del professore, i buoni e i cattivi di questa storia, si troverebbe di fronte ad un ben arduo compito. Cattivo Raúl che ordinò l’abbattimento dei due aerei de “Los Hermano al Rescate”? Certo. Cattivo il dittatore Fidel? Come no. Cattivi tutti gli sbirri di un regime le cui promesse di giustizia ed eguaglianza si sono gradualmente trasfigurate in tirannia? Cattivissimi. E tra i buoni chi ci mettiamo? Luís Posada Carriles e Orlando Bosh, venerati “eroi” dell’esilio cubano, che, entrambi a libro paga della CIA, il 6 ottobre del 1976, fecero saltare in aria (73 morti) il volo Cubana de Aviación 455 che dalle Barbados riportava all’Avana la squadra nazionale di scherma di Cuba? O, ancora, gli agenti dell’intelligence Usa che, nel quadro della famosa “Operation Mongoose” organizzarono, durante almeno un paio di decenni, una industriale quantità di tentativi di omicidio dei Fidel Castro (631, secondo la notoriamente molto generosa propaganda del regime castrista, almeno 8 secondo la inequivocabile documentazione CIA resa pubblica grazie al FOIA (Freedom of Information Act)?
Il cammino proposto dagli Usa puzza di marcio
Tutta la storia di Cuba – e delle sue relazioni con il “potente vicino del Nord” – è complicata dal fatto che la battaglia per l’Indipendenza dell’isola dal giogo del colonialismo spagnolo è storicamente coincisa con l’esplosione del nuovo imperialismo statunitense. Come, nel maggio del1895, poco prima di morire in combattimento a Dos Rios, scrisse l’indiscusso (indiscusso da entrambi i lati) eroe nazionale José Martí: “È mio dovere impedire che… espandendosi in tutte le Antille, gli Stati Uniti si abbattano, con nuova forza, sulle nostre terre…” La Storia ci dice che gli Usa si abbatterono. E che, abbattendosi, trasformarono la vittoria dei patrioti “mambises” contro l’impero spagnolo nella creazione d’un protettorato. “The new path”, il nuovo cammino che Marco Rubio ha ieri presentato ad un popolo cubano ormai esausto, puzza di vecchio, anzi, di marcio. Altro non è, di fatto, che un ritorno al passato. Come andrà a finire questa Storia è impossibile dire. Ma altissime sono le probabilità che, come tutte le marce a ritroso, finisca nel peggiore dei modi.
* The Voice of New York
