DAL WATERGATE ALLA RESA / La purga di Bezos (Amazon) al Washington Post: licenziato un terzo della redazione

Tanto tuonò che piovve, dice il proverbio. Ebbene sì, dopo i tanti segnali poco confortanti degli ultimi anni, arriva dagli Stati Uniti, dalla tanto sbandierata nazione della libertà di stampa, il più grande attacco al giornalismo moderno condotto da grandi capitalisti filo Trump, con licenziamenti senza precedenti. La preda è  un quotidiano, il Washington Post, che in tempi non lontani fece dimettere un presidente in carica (Richard Nixon) con l’inchiesta sul Watergate, uscitando ammirazione in tutto il mondo e ispirando perfino un film di grandissimo successo, Tutti gli uomini del presidente, con Robert Redford e Dustin Hoffman. Il padrone, Jeff Bezos, dopo una gestione quasi fallimentare (un giornale non è un supermercato o una piattaforma di e-.commerce) e la massiccia fuga di lettori, ha ordinato un licenziamento di massa dei giornalisti, un terzo della redazione.

Scrive Massimo Jauss su The Voice of New York

Quello che si registra negli Usa non è soltanto una questione di bilanci, di economie, di costi, di redazioni duplicate dall’edizione digitale. È qualcosa di più profondo, quasi ideologico. La guerra contro il potere costa, la pace con il potere può arricchire. E il proprietario del Washington Post, il multimiliardario fondatore di Amazon, ha scelto la seconda strada, con una chiarezza che non lascia spazio a equivoci.

Ierì, mercoledì 4 febbraio,  il giornale ha licenziato un terzo del personale, ha cancellato la sezione sportiva, ha smantellato redazioni estere, ha chiuso Book World, un santuario laico per chi credeva che i libri fossero ancora un bene pubblico. Una purga su larga scala, un colpo al cuore di uno dei marchi più leggendari del giornalismo americano. Matt Murray, direttore esecutivo, ha parlato di decisione dolorosa ma necessaria, di rafforzamento, di cambiamenti tecnologici, di nuove abitudini dei lettori. Parole ordinate, quasi gentili, per descrivere una resa.

Dalla Casa Bianca di Nixon all’ombra di Trump. Cinquant’anni fa quel giornale mise in ginocchio un presidente. Bob Woodward e Carl Bernstein inseguivano le tracce del Watergate mentre Katherine Graham e Ben Bradlee, con un coraggio che ancora oggi fa tremare i polsi, resistevano alle pressioni della Casa Bianca. Ben Bradlee trasformava la sezione Style in un laboratorio di scrittura civile, non in un salotto di buone maniere. Il Post era una trincea, non un ufficio stampa.

Una scena dal film “Tutti gli uomini del presidente” che racconta le indagini di Bob Woodward e Carl Bernstein /ANSA

Oggi, giorno dei licenziamenti, sul sito non c’era una riga che spiegasse ai lettori cosa stava accadendo. Silenzio aziendale, come in una qualunque multinazionale in ristrutturazione. Ma non si trattava di chiudere un magazzino, ma di amputare la memoria di un Paese.

Martin Baron, che di quel giornale fu direttore quando Bezos sembrava un mecenate illuminato, ha parlato di distruzione del marchio autoinflitta e quasi istantanea. Parole pesanti come lapidi. Ha ricordato il ritiro dell’endorsement a Kamala Harris, la svolta conservatrice delle pagine di opinione, l’infermità morale di un giornale che prova a ingraziarsi Trump. I lettori, ha scritto, non sono fuggiti, sono stati spinti via a centinaia di migliaia.

La mattanza delle redazioni. Nel giro di poche ore sono spariti interi pezzi di mondo. Claire Parker, caporedattrice del Cairo, ha annunciato su X (leggi sotto) di essere stata licenziata insieme a tutti i corrispondenti e i redattori dal Medio Oriente. Difficile capirne la logica, ha scritto. In realtà la logica è chiarissima, costa meno non vedere, non raccontare, non disturbare.

Il concorrente di sempre, il New York Times, intanto prospera grazie a giochi, servizi, prodotti collaterali. Ha raddoppiato il personale in dieci anni. Il Post, invece, perde abbonati, identità, anima. Si dice che nel 2023 abbia bruciato cento milioni di dollari. Bezos non parla, non spiega, non difende.

L’ombra lunga di Amazon. Tra i licenziati c’è Caroline O’Donovan, la giornalista che seguiva le responsabilità di Amazon, l’azienda fondata dal proprietario del giornale. Un dettaglio che è già una metafora perfetta. Senza un cronista dedicato a controllare il gigante, chi racconterà i suoi eccessi? Chi metterà domande scomode sul tavolo del padrone?

Da quando Bezos ha comprato il Post nel 2013, molti temevano conflitti d’interesse. Per anni il giornale ha mantenuto una certa dignità, talvolta perfino coraggiosa. Ora l’equilibrio è spezzato. Il secondo mandato di Trump ha ammorbidito toni e titoli e l’endorsement negato a Harris è stato il segnale che la stagione della sfida era finita.

La sentinella che si addormenta. Il Washington Post non era soltanto un giornale, era un’idea della democrazia, l’idea che il potere dovesse avere un controllore ostinato, magari antipatico, ma libero. Oggi quell’idea viene archiviata come un costo eccessivo. Bezos ha scelto la pace, e la pace con i potenti è sempre un buon affare. Resta un edificio più piccolo, più docile, più economico. Resta un logo glorioso appiccicato a un prodotto indebolito. Resta un Paese che scopre, quasi senza accorgersene, di aver perso una voce che gli faceva compagnia da decenni. Non è un fallimento aziendale, è un lutto civile.

Katherine Graham avrebbe capito tutto. Lei sapeva che certe battaglie non si vincono con i contabili, ma con la schiena dritta. Oggi, davanti a questa resa, verrebbe da scrivere un necrologio. Non per un giornale, ma per un pezzo di America che credeva ancora di potersi guardare allo specchio senza abbassare gli occhi.

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