LA MELONI GETTA LA MASCHERA / Sì dell’Italia, come Paese osservatore, al Board d’affari di Trump sulla Palestina

Giorgia Meloni mette l’Italia con un piede nel Board of Peace per Gaza, la scandalosa operazione politico-immobiliare che Trump ha varato sulla pelle di 71mila palestinesi uccisi dall’esercito israeliano. La premier ha oggi annunciato da Addis Abeba la partecipazione del nostro Paese al Board come osservatore, visto che la Costituzione italiana vieta una partecipazione diretta. Una decisione che riapre lo scontro politico e che conferma, in modo inequivocabile, la sostanziale acquiescenza della Meloni alla politica del presidente Usa.  La presidente del Consiglio ha spiegato di essere stata invitata a partecipare alla riunione del Board del 19 febbraio a Washington e ha anticipato l’intenzione di rispondere positivamente all’invito.

Il tema della partecipazione dell’Italia al comitato di Trump per la pace e la ricostruzione della Palestina è già stato al centro di un feroce scontro tra maggioranza e opposizione. L’Italia era stata invitata dal presidente americano a fare parte del Board come membro, ma il governo italiano non aveva potuto accettare perchè avrebbe violato la Costituzione. L’Italia al momento è impossibilitata a partecipare al Board of Peace come membro perchè l’articolo 11 della nostra Costituzione vieta di aderire a un accordo internazionale se non c’è la garanzia di una “equiparazione’ di poteri” e l’articolo 9 della proposta presentata dal Board of Peace non lo garantisce, dal momento che dà agli USA il diritto di veto sulle decisioni degli altri membri. La partecipazione come osservatore non comporterebbe vincoli decisionali né obblighi formali, consentendo comunque all’Italia di essere presente in un dossier considerato strategico per la stabilizzazione del Medio Oriente. Come dire, un piede dentro e uno fuori, vista l’impossibilità costituzionale di starci dentro con tutti e due.

IL BOARD OF PEACE

Al Board lanciato da Trump hanno aderito 21 Paesi, pochi di primo piano, con una presenza sbilanciata verso Medio Oriente, Asia centrale e America Latina: Argentina, Armenia, Ungheria, Kazakistan, Bielorussia, Uzbekistan, Arabia Saudita, Marocco, Bahrein, Turchia, Vietnam, Kosovo, Emirati Arabi Uniti, Azerbaigian, Paraguay, Giordania, Indonesia, Pakistan, Mongolia e Qatar. C’è pure Israele: Netanyahu non si è presentato alla firma a Davos – a differenza di altri leader – perché ricercato per crimini di guerra dal Tribunale penale internazionale dell’Aia.

Hanno detto no alla proposta di Trump grandi Paesi come la Francia e la Norvegia, citando interrogativi sul rapporto tra il Consiglio e il sistema delle Nazioni Unite. Invito rispedito al mittente anche da Regno Unito, Svezia e Germania, così come dall’Unione europea. Anche il presidente ucraino Zelensky, che ha dichiarato di non ritenere possibile la partecipazione a un organismo che include la Bielorussia e che potrebbe accogliere anche la Russia (Putin non ha chiuso la porta).

Uno degli elementi controversi del progetto – al di là dell’aspetto morale di un’operazione affaristica costruita sulle ceneri di Gaza – è il meccanismo di adesione: gli Stati partecipanti possono restare nel Board per un periodo limitato, tre anni, ma chi versa 1 miliardo di dollari ottiene una presenza stabile e un peso duraturo nelle decisioni. Viene pertanto introdotta una distinzione tra Paesi finanziatori e Paesi senza potere strutturale, rafforzando il ruolo guida degli Stati Uniti.

Del comitato ristretto, guidato a vita da Trump, fanno parte il segretario di Stato Usa Marco Rubio, i mediatori Witkoff e Kushner (genero di Trump, l’ex primo ministro britannico, lo screditato Tony Blair, lo 007 egiziano Hassan Rashad, Al-Hashimy, del banchiere Ajay Banga e gli imprenditori Marc Rowan e Yakir Gabay.

La partita della presenza italiana sembrava chiusa fino a poche ore fa, quando la premier italiana ha annunciato la partecipazione dell’Italia come paese osservatore, cosa che non è in contrasto con il dettato costituzionale. L’Italia è stata invitata come “Paese osservatore, secondo noi è una buona soluzione rispetto al problema che abbiamo” in merito alla “compatibilità anche costituzionale con l’adesione al Board of Peace. Dall’altra parte ho sempre detto che con tutto il lavoro che l’Italia ha fatto, sta facendo e deve fare in Medio Oriente per stabilizzare una situazione molto complessa e fragile, una presenza italiana ed anche europea sia necessaria. Quindi, penso che risponderemo positivamente a questo invito a partecipare come Paese osservatore. Ma che cosa preveda il ruolo di osservatore non è chiaro. Immagino che ci saranno anche altri Paesi europei. Vedo interessati quelli che sono più vicini, quindi Paesi soprattutto mediterranei, della sponda est, per cui credo che non saremo gli unici a partecipare. Ma ne stiamo parlando anche in queste ore per capire, tra i vari leader, tra quelli che sono più interessati, come partecipare”. 

LE REAZIONI

Le parole di Giorgia Meloni hanno suscitato la reazione immediata delle opposizioni. Il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova, ha chiesto a Meloni e al ministro degli Esteri Tajani di riferire alla Camera. Che Meloni decida di partecipare al Board of Peace trumpiano non è tanto uno scandalo quanto un errore politico. L’Italia non è la Bielorussia di Lukašėnko né l’Ungheria di Orban, e non può pensare di partecipare al Board of Peace senza neppure chiederne sostanziali modifiche. Meloni dimostra ancora una volta di restare soggiogata dall’influenza trumpiana, a differenza di tutti i principali leader europei”.

Angelo Bonelli di Avs ha affermato che il Board promosso da Trump “non è un organismo multilaterale, ma un’operazione politico-immobiliare travestita da diplomazia. Per statuto è nelle mani di Trump, costruita attorno al suo potere. È una cabina di regia privata che intreccia interessi geopolitici ed economici fuori dalle sedi legittime come l’Onu e l’Unione europea, ed è inaccettabile che Meloni supporti questa operazione contro il popolo palestinese”.

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