L’organo di autogoverno della magistratura spagnola (Consejo Superior del Poder Judicial – Cspj), ha aperto un procedimento per “infrazione grave” nei confronti del magistrato Juan Carlos Peinado. Sabato scorso, il giudice aveva disposto rinvio a giudizio e misure cautelari per Begoña Gómez, ravvisando il pericolo di fuga. La decisione dell’organo di autogoverno ha suscitato clamore in Spagna. Il giudice Juan Carlos Peinado – che indaga su Begona Gomez, moglie del premier, il socialista Pedro Sanchez – ha deciso per la donna il ritiro del passaporto, il divieto di lasciare la Spagna e l’obbligo di firma due volte al mese in tribunale negli uffici giudiziari.
Misure cautelari senza precedenti, che hanno provocato la dura reazione del Cspj: la decisione, votata con 4 pareri favorevoli (incluso il presidente Perello) e 4 contrari, nasce da affermazioni contenute nell’ordinanza del giudice, il quale ha ipotizzato una collaborazione degli agenti di scorta nella fuga dell’indagata, scatenando la denuncia del ministero dell’Interno per offesa alla polizia. Il Consiglio si era riunito per valutare un eventuale provvedimento disciplinare nei confronti del giudice Peinado per “gravi motivi”, dopo che nell’ordinanza di rinvio a giudizio di Gomez e degli altri due imputati aveva affermato che gli agenti della scorta della moglie del presidente del governo potrebbero ‘facilitare” la sua fuga e giustificando in questo modo le misure cautelari.
Nella pubblica accusa anche gruppi di estrema destra, tra cui Vox
L’azione disciplinare giunge mentre il giudice ha convocato la moglie di Sanchez mercoledì 24 giugno nel tribunale di Madrid perché consegni il passaporto Nel provvedimento Peinado, che contesta alla primera dama 4 reati, cita per lo stesso giorno anche l’ex assistente di Gomez alla Moncloa, Cristina Alvarez, a sua volta rinviata a giudizio e sottoposte alle stesse misure cautelari. Begona Gomez è sotto inchiesta per le ipotesi di reato di corruzione e traffico di influenze.
Il giudice Peinado ha adottato le stesse misure cautelari anche nei confronti dell’ex assistente di Begona Gomez al Palazzo della Moncloa, Cristina Alvarez, e l’imprenditore Juan Carlos Berrabes, a loro volta rinviati a giudizio. La decisione dopo l’udienza preliminare, che si era svolta lunedì alla presenza degli indagati davanti al gip del tribunale di Madrid, al termine di un’istruttoria durata oltre due anni, assieme alle altre parti del procedimento: la pubblica accusa e le accuse ‘popolari’, di cui fanno parte gruppi di estrema destra, fra cui Vox, rappresentate dall’associazione ultracattolica HazteOir.
Erano stati questi gruppi a sollecitare misure cautelari adducendo il rischio di fuga degli indagati. Mentre la Procura anticorruzione e le difese avevano di nuovo chiesto il proscioglimento e l’archiviazione del caso per insussistenza degli indizi di reato. La moglie del premier Sanchez presenterà ricorso contro le misure cautelari e contro il rinvio a giudizio. Alla consorte di Sanchez e agli altri imputati Peinado contesta quattro reati: corruzione negli affari, malversazione, traffico di influenze e appropriazione indebita, legate alla gestione di Begona Gomez di una cattedra universitaria all’Università Complutense di Madrid, co-diretta con l’imprenditore Berrabes, e di un software per imprese sviluppato in ambito accademico.
Il magistrato, dopo aver ascoltato le parti, aveva tre giorni di tempo per pronunciarsi sul rinvio a giudizio o l’archiviazione. La decisione è arrivata dopo che ieri Peinado aveva aperto un nuovo filone dell’indagine, che riguarda un contratto da 4 milioni di euro, finanziato con fondi Feder dell’Ue, gestito dalla società pubblica spagnola per la trasformazione digitale Red.es, assegnato a una unione temporanea di imprese (Ute), di cui fa parte anche Innova Next, azienda dell’imprenditore Juan Carlos Barrabes. Il magistrato ha poi precisato che la primera dama non è formalmente indagata in questo nuovo filone, che ipotizza reati di presunta prevaricazione e frode ai danni dei fondi dell’Unione Europea.
La portavoce del partito PSOE al Congresso, Montse Míguez, ha affermato che il caso “finirà nel nulla” e lo ha qualificato come un “tentativo di indebolire” Pedro Sánchez, con le pressioni di una “certa casta” che non sopporta il progresso della Spagna. La socialista ha garantito che la verità “sarà portata alla luce” e che la denuncia è infondata.
