Il movimento No Kings è nato l’anno scorso negli Stati Uniti, come reazione alle politiche autoritarie di Trump: il No ai Re si richiama agli ideali repubblicani e di resistenza all’oppressione su cui vennero fondati gli Stati Uniti, che nel Settecento si resero indipendenti dal Regno Unito con la Rivoluzione americana. Il movimento ha già organizzato due giornate di protesta negli Stati Uniti, a giugno e a ottobre del 2025: contando le varie proteste in tutto il Paese, erano state fra le manifestazioni politiche con il maggior numero di partecipanti di sempre. Oggi 28 marzo il terzo giorno di protesta è stato esteso anche ad altri Paesi, per lo più europei. In alcuni stati monarchici, il nome è stato cambiato in “no ai tiranni” o “no ai dittatori”.
LA MANIFESTAZIONE DI ROMA
da The Voice of New York, Massimo Jauss ci informa sulle grandi e diffuse manifestazioni No Kings negli StatiUniti.

Non è più soltanto una manifestazione. È una conta, una misura concreta del clima del Paese. Oggi, sabato 28 marzo, milioni di americani sono attesi in piazza in tutti i 50 Stati, con oltre 3.500 eventi già programmati e altri che continuano ad aggiungersi. I numeri, da soli, dicono già molto. Ma è la direzione che conta di più, perché questa protesta non si sta spegnendo, si sta consolidando.
Una protesta che cambia forma. Cresce e cambia, e nel farlo perde i contorni di una mobilitazione riconducibile a un solo fronte politico. Le piazze diventano più miste, meno prevedibili, attraversate da motivazioni diverse che trovano però un punto comune. È il passaggio che segna la differenza tra una reazione e un segnale. Qui siamo ormai oltre.
Una rete che si radica. Dietro lo slogan c’è una struttura che negli ultimi mesi ha preso forma e consistenza. Sindacati, gruppi per i diritti civili, associazioni locali, reti nate dopo le elezioni. Non è uno sfogo, è organizzazione. E si vede nella scelta di non concentrare tutto in poche piazze simboliche, ma di moltiplicare i luoghi della protesta, dalle grandi città ai centri più piccoli. È lì che il dissenso smette di essere episodico e diventa presenza.
Il nodo del potere. Il nome stesso, No Kings, racconta il cuore politico della mobilitazione. Non una singola misura, ma un’idea di potere che viene percepita come sempre più senza limiti. Le ragioni si accumulano, si intrecciano, si rafforzano.
C’è anche un filo che tiene insieme queste proteste ed è la percezione di una gestione sempre più autoritaria del Paese. Dai dazi imposti e ritirati con logiche spesso capricciose, alla guerra in Iran decisa senza un vero passaggio politico condiviso, dalla mano dura sull’immigrazione fino alla pressione costante sulle istituzioni. È un insieme di scelte che, lette una dopo l’altra, restituiscono l’immagine di un potere che non cerca mediazioni, ma tende a piegare regole ed equilibri, aggirando i limiti fissati dalla Costituzione. Ed è proprio su questo terreno che la protesta si allarga, perché non riguarda più singoli provvedimenti, ma il modo stesso di governare.
Minneapolis, simbolo e ferita. È anche per questo che la scelta delle Twin Cities non è casuale. Minneapolis e St. Paul diventano il centro simbolico di una mobilitazione che arriva dopo settimane di tensione, segnate dalla morte di due cittadini americani, Renée Nicole Good e Alex Jeffrey Pretti, uccisi durante operazioni legate all’immigrazione. È lì che la protesta ha assunto un significato che va oltre la politica, trasformandosi in rete, in solidarietà, in risposta collettiva.
Una protesta che si diffonde. Intorno a quel nucleo si costruisce il racconto di sabato. Una grande piazza centrale, ma soprattutto una costellazione di manifestazioni diffuse, che toccano anche territori dove fino a poco tempo fa protestare significava esporsi in solitudine. È un cambiamento silenzioso, ma decisivo. Perché ogni manifestazione lascia qualcosa dietro di sé, contatti, relazioni, organizzazione. Non è un evento che si esaurisce, è un processo che continua.
La scelta della non violenza. Gli organizzatori insistono su un punto, e lo fanno con chiarezza. La protesta sarà non violenta. Non solo come principio, ma come scelta politica. In un Paese dove la tensione cresce, rivendicare la non violenza significa cercare legittimità, parlare anche a chi resta ai margini, evitare che la piazza venga ridotta a pretesto. La Casa Bianca ha liquidato le manifestazioni come marginali. Ma è proprio questa distanza a rendere il passaggio più netto. Da una parte un potere che minimizza, dall’altra una mobilitazione che continua ad allargarsi.
Una prova di forza verso le midterm. E poi c’è il tempo politico. Perché questa non è una giornata qualsiasi. Arriva in un anno elettorale e si carica di un significato che va oltre la protesta. È una prova di forza, il tentativo di misurare il peso reale del dissenso, di trasformarlo in presenza visibile e, soprattutto, in pressione politica. In vista delle elezioni di midterm di novembre, la piazza diventa così un primo banco di prova. Non per sostituire il voto, ma per anticiparne il clima. Per dire che esiste un’America pronta a muoversi, a organizzarsi, a contare.
Non si conteranno soltanto le persone. Si misurerà una distanza. Tra chi governa e chi protesta. E la capacità, sempre più concreta, di trasformarla in qualcosa che non resta nelle piazze, ma arriva fino alle urne. Perché quando il dissenso prende forma, smette di essere rumore. Diventa forza.
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Gli organizzatori di No Kings hanno pubblicato una lista, sempre aggiornata, delle manifestazioni in tutti gli Stati Uniti. Clicca su nokings.org.




