- di Piero Di Antonio
— I conti del dopo referendum non tornano, sebbene il risultato finale sia netto e inequivocabile. Non si può dire altrettanto della reazione del potere, racchiuso in questa occasione nella Destra assisa da quasi quattro anni al vertice della piramide.
Si parla di un repulisti di Giorgia Meloni all’interno della sua compagine di governo e di assonanza partitica. Nulla di più illusorio. Sembra più una cortina fumogena per confondere elettorato e pubblica opinione. Un voler passare oltre, senza troppe riflessioni e mea culpa per la sconfitta. Bocciata da 15 milioni di voti, la prima donna premier non se la può cavare in tal modo, con una imbellettata che tenta di mascherare le gravi ferite che il suo comportamento e quello dei suoi sodali hanno inferto all’Italia.
Ricucire e sanare non si può più, poiché la politica, o per meglio dire la democrazia, ha una sua legge non scritta, ma ferrea: se ti bocciano quindici milioni di persone te ne devi andare a casa. Il resto sono chiacchiere e cortine fumogene lanciate nel momento della ritirata per farla franca. Non basta dire “se perdo il referendum non mi dimetterò”. Non puoi essere tu, a capo di un governo, a dettare le regole della democrazia e del come comportarsi il giorno dopo una bocciatiura così pesante.
Le regole che la signora Meloni e il suo quartier generale hanno violato, con imperdonabile dolo, non sono poche. Aver lasciato al suo posto per quasi tre anni Daniela Santanché ha un significato, sottinteso ma palese: se vincerà il SI’ la ministra del turismo resterà al suo posto, alla faccia dell’opposizione e della decenza. Giorgia Meloni aveva firmato un lasciapassare per l’impunità politica dei suoi. E’ scaduto però il 22 e 23 marzo.
La riforma portava due firme: la sua e quella di Nordio, ministro, ex magistrato, gaffeur, apparso a molti inadatto a ricoprire l’unico ministero citato dalla Costituzione, quello della Giustizia. Bocciato Nordio, bocciata Meloni. Tertium non datur.
Delmastro è rimasto tranquillo sulla poltrona di sottosegretario nonostante certi rapporti con epigoni del clan camorrista dei Senese, lui che aveva la delega al 41 bis, il regime di carcere duro tanto inviso ai mafiosi. E’ arrivata un’inchiesta giornalistica e il castello di “leggerezze” è franato provocando un cumulo di macerie.
Le frasi della Bartolozzi sul plotone d’esecuzione e sul desiderio di lasciare l’Italia se avesse vinto il NO, oltre a una certa ferocia evidente nell’espressione facciale, hanno dimostrato che non sempre la presenza femminile nelle istituzioni equivale a rendere più umani e civili i rapporti, quasi a ingentilire la politica.
Su Gasparri, che non è della parrocchia meloniana ma pur sempre un compagno di viaggio, stendiamo un velo pietoso: è stato sfiduciato dai suoi stessi colleghi del Senato, il che la dice tutta su un personaggio che da anni si ostina a infierire sugli avversari con ricostruzioni di fatti ed eventi spesso create ad arte. E qui, nella sua destituzione da capogruppo al Senato, si pone anche il problema di una Marina Berlusconi che, furibonda, ne chiede la testa mostrandosi – lei, estranea al Parlamento – la vera padrona di Forza Italia, non un partito politico ma una delle tante società controllate da Arcore.
Cose scritte e risapute. Ora siamo arrivati però al vero snodo, dove si incrociano le pesanti responsabilità di chi guida il governo e che dovrebbe, in un sussulto di dignità, gettare la spugna: il voto dei giovani. Su questo fenomeno – scoperto solo oggi da molti media impegnati nelle settimane appena trascorse a registrare o a spaccare in quattro il capello del nulla spacciandolo per politica – occorre fare una riflessione che permetta di arrivare al perché di questa inattesa mobilitazione degli under 35.
Cose dimenticate dai media, ma non dai giovani. Le manganellate che il potere ha fatto assestare in nome della sicurezza, della repressione e dell’ordine pubblico a migliaia di manifestanti sono state per caso assorbite? Si può dire di no. Limitare il diritto al dissenso su situazioni di enome gravità che richiedevano proprio il dissenso, è stato un colpo che le giovani generazioni non hanno dimenticato perché subite sulla loro pelle.
Non hanno dimenticato, infatti, una premier che non ha avuto da dire una parola che una su 74mila palestinesi uccisi a Gaza con fredda e ferocia determinazione da coloro che abbiamo sempre considerato i nostri fratelli ebrei. Un silenzio assordante, dirompente, che non è un ossimoro, ma la definizione più adatta da dare alla codardia. La Meloni e il suo caravanserraglio hanno mostrato in questo modo il volto peggiore della politica e del potere – l’indifferenza e l’inginocchiarsi davanti al potente di turno – mentre migliaia di ragazzi sfilavano chiedendo una cosa semplice, tracimante di umanità: porre fine alla mattanza.
E quando a Minneapolis venivano uccisi per strada dalla polizia dell’amico Trump due cittadini americani, da Palazzo Chigi non è uscito uno spiffero. Solo silenzio. Stare con chi imbraccia le armi, con chi è in assetto antisommossa e che sa come fare la faccia feroce è una delle caratteristiche di chi si struscia sempre al potente di turno.
E i ragazzi? Continuavano a voler far capire che prima o poi quell’acqua avvelenata da Trump lungo le strade degli Stati Uniti sarebbe toccata bere, prima o poi, anche a loro. I fenomeni autoritari che comprimono diritti e libertà hanno sempre un andamento lento, ma sono visibili tra le pieghe degli atti politici, se si è svegli di testa. Nelle scuole e nelle università si cominciava a notare l’avanzata della repressione e della linea dura. Non come risposta a un disagio. Non a caso, in parecchi istituti italiani i giovani neofiti del nuovo fascismo invitavano a segnalare attraverso un sondaggio i docenti di sinistra. Statene certi, le liste di proscrizione sarebbero venute da lì a poco.
Tutto ciò ha aperto gli occhi a tanti ragazzi che mai e poi mai si sarebbero sognati di farsi trascinare dalla riforma o afferrarne i tecnicismi. Hanno capito che il gioco portava in un altro luogo, più pericoloso ancora, dove i nuovi padroni del Paese avrebbero dettato legge. Hanno visto che all’orizzonte si stagliava il bersaglio grosso della riforma, la Costituzione. E con milioni di croci sul NO hanno urlato basta. Tradotto, sta a significare che la Meloni e la sua squadra, che puntavano al plebiscito, devono abbandonare la partita. Incombe il futuro che non è tra un anno e mezzo, né con elezioni anticipate. E’ già oggi.
