IL RITORNELLO E I SILENZI / Giorgia Meloni alla Camera: “Non scappo dai problemi, ci metto la faccia”

Dopo l’informativa alla Camera, la presidente del Consiglio Meloni ha parlato al Senato. La replica: “in Aula solo insulti e demagogie”, mentre la segretaria del Pd, Elly Schlein, ha commentato rivolgendosi alla premier: “Non riuscite a dire a Trump e a Netanyahu di fermarsi. Avete già perso”. La premier alla Camera ha annunciato di andare avanti: “Né dimissioni né rimpasto. Se crisi in Iran peggiora, sospendere il Patto di stabilità”. Critiche le opposizioni. Giuseppe Conte, M5S: “Subalternità a Trump è ignobile. Noi pronti alla sfida progressista”. Bonelli di Avs: “Discorso del declino”. Renzi, Italia Viva: “Quando cittadini dicono NO, si va al Quirinale e ci si dimette”. Magi di +Europa: “Governo in crisi irreversibile”

— Ho tanti difetti, ma dinanzi a qualsiasi difficoltà non scappo, ci metto sempre la faccia, anzi lavorerò per dare una maggiore spinta all’azione del governo nella convinzione che resta necessaria una riforma della giustizia. Sulla guerra non sono d’accordo e l’ho detto al presidente degli Stati Uniti. Sono i passi più importranti dell’informativa in Parlamento di giorgia Meloni.  C’è praticamente tutto il governo nell’aula della Camera ad ascoltare la presidente del Consiglio. I banchi riservati all’esecutivo sono pieni. Meloni è tra Tajani e Salvini, i due vicepremier. Presente anche Matteo Piantedosi, dopo le polemiche dei giorni scorsi per la relazione con la giornalista Claudia Conte.

Referendum. In merito all’esito che ha visto la vittoria del No, “rispettiamo sempre il giudizio degli italiani, qualunque esso sia, anche quando non coincide con le nostre opinioni o con le nostre aspettative”, afferma la premier. “Rimane il rammarico di aver perso un’occasione a nostro avviso storica di modernizzare l’Italia allineandola agli standard europei”, aggiunge Meloni. “La nostra coscienza è a posto, perché la riforma costituzionale della giustizia era uno degli impegni presi con gli italiani in campagna elettorale e lo abbiamo fatto una volta al governo, perché è questo il modo in cui concepiamo la politica: onorare il significato profondo della parola responsabilità”.

Standing ovation dai banchi del centrodestra quando sottolinea: “Ho tanti difetti, ma io non scappo. Ci metto sempre la faccia”. Deputati e deputate di maggioranza si alzano in piedi e applaudono. “Ho moltissimi difetti, tranne uno. Non sono una persona abituata a scappare. Non scappo da missioni sconsigliabili per ragioni di sicurezza, non scappo davanti ai problemi, non scappo di fronte alle mie responsabilità. Sono abituata a mettere la faccia su quelle responsabilità”, dice.

Stabilità del governo.  “Nessuna intenzione di fare un rimpasto. Leggo bizzarre ricostruzioni sulle conseguenze del referendum, di una fase 2, 3, 4, alchimie di palazzo di un mondo caro ad altre maggioranze, ad altri partiti ad altri presidenti del Consiglio, cose lontano anni luce da noi, non c’è alcuna ripartenza da fare perchè il governo non si è mai fermato”, sottolinea la premier. “Non scapperemo, non ci nasconderemo, governeremo come fanno le persone serie. Nei giorni scorsi ho chiesto un passo indietro ad alcuni membri del governo che pure, nell’esercizio delle loro deleghe, avevano lavorato bene. Non sono state scelte semplici né indolori, a maggior ragione per noi che rimaniamo saldamente garantisti, ma abbiamo voluto ancora una volta anteporre l’interesse della Nazione a quello di partito. Perché non abbiamo tempo da perdere in polemiche infinite e pretestuose, che nulla hanno a che fare con l’azione di Governo, e che finiscono per oscurarla. Che spostano il dibattito dalle soluzioni necessarie per i cittadini, alle polemiche utili per i partiti”.

L’ultimo anno. “Non sarà un tempo di attesa. Sarà un tempo di lavoro, di scelte, di risultati. Non un tempo per costruire consenso facile, ma un tempo per rafforzare una direzione solida. E la nostra direzione è chiara: difendere l’interesse nazionale italiano, sostenere chi produce e lavora, rafforzare la presenza dello Stato dove serve e alleggerirla dove è troppo invasiva. Sostenere le famiglie, quelle presenti e quelle future, e dare risposte ai tanti giovani che rischiano di cercare quelle risposte nella dipendenza dall’Intelligenza Artificiale o dai social media. Continuare a restituire fiducia, costruire opportunità, rendere questa Nazione più giusta, più meritocratica, più forte, più libera. Vogliamo continuare a costruire questa Italia con abnegazione, determinazione, e con umiltà, perché il voto del referendum contiene anche un segnale che non intendiamo ignorare, ma piuttosto utilizzare in positivo. Perché, colleghi, un ‘sì’ ti conferma, ma un ‘no’ ti riaccende. Ti impone di fermarti a riflettere, di rimettere tutto in discussione. E alla fine di quella riflessione, se sei una persona abituata a guadagnarsi le cose sul campo, capisci una cosa semplice e potentissima: che il rifiuto non è la fine di un percorso, ma l’inizio di una nuova spinta”, aggiunge. “La collocazione internazionale dell’Italia non l’ha inventata questo Governo, ma è la stessa da circa 80 anni a questa parte. Lo dico per rispondere già prima che vada in scena l’ormai scontato ritornello sulla subalternità della sottoscritta al presidente americano Trump o quello ancora più scontato dal titolo ‘La Meloni scelga tra Trump e l’Europa’”. Lo ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni intervenendo alla Camera nell’informativa urgente sull’azione del Governo.

La guerra in Iran. “Approfitto per chiedere a mia volta qualche chiarimento, perché la posizione italiana nella crisi iraniana è stata esattamente la stessa dei principali Paesi europei. Quando si dice che dobbiamo stare con l’Europa si intende davvero l’Europa o si intende piuttosto la sinistra europea, anche quando questo significa dividere l’Europa? Perché temo che le due cose non stiano insieme”. Cessazione permanente delle ostilità, cessazione degli attacchi verso i Paesi del Golfo, cessazione delle operazioni militari in Libano; rinuncia dell’Iran al proprio programma nucleare e alla costante minaccia nei confronti dei vicini regionali e oltre; pieno ripristino della libertà di circolazione nello Stretto di Hormuz, che non deve essere soggetta a nessuna forma di restrizione, come invece sembra essere accaduto nelle ultime ore”.

L’Europa. “E’ chiamata a non fallire questo banco di prova. E, per farlo, deve saper adeguare la sua strategia a un mondo che cambia alla velocità della luce, anteponendo il principio di realtà alle sovrastrutture burocratiche e ai dogmi ideologici. È in questa ottica – aggiunge – che va visto il nostro impegno incessante a Bruxelles per il sostegno alla competitività, per la semplificazione burocratica, per una transizione verde che sia realistica e non ideologica, per una autonomia strategica bilanciata che riduca gradualmente le nostre dipendenze. E per una capacità di difesa che non ci faccia dipendere dai nostri alleati americani, come invece, evidentemente, propongono coloro che si scagliano contro maggiori investimenti sulla sicurezza. Per rendere l’Europa più forte, più efficace, più rapida, più pragmatica, più concentrata sui problemi dei cittadini e sulle sfide reali che il mondo intorno a noi pone. Questa è la nostra parte di responsabilità. Ovvero, prima di aspettarci qualcosa dagli altri, proviamo a occuparci davvero di noi stessi”, conclude.

Italia, Europa, Stati Uniti. Rispetto al rapporto tra l’Italia, l’Europa e gli Usa “mi verrebbe da dire, prendendo a prestito una frase cara all’onorevole Schlein, che noi siamo testardamente unitari. E se può permettersi di esserlo lei rispetto alle variopinte forze politiche che compongono il campo largo potrò ben permettermelo io rispetto a Europa e Stati Uniti che stanno insieme da molto molto tempo. Siamo testardamente occidentali, perché solo se l’Occidente è unito può essere una forza capace di dire la propria sul palcoscenico del mondo. E perché senza quella unità, noi, non altri, saremmo più deboli”, aggiunge. “Franchezza con i partner quando non condividiamo le loro azioni, vicinanza e sostegno quando sono sotto attacco. Nel rapporto con gli Stati Uniti, dobbiamo essere chiari. Lavorare per tenere insieme le due sponde dell’Atlantico; lavorare per rafforzare la NATO, che rappresenta da un lato il luogo politico nel quale gli interessi di America e Europa trovano la loro composizione, e dall’altro uno strumento geostrategico e militare imprescindibile, in cui l’Europa deve assumersi le proprie responsabilità e costruire con coraggio il pilastro europeo dell’Alleanza, per garantire in primis la propria sicurezza. Ma dall’altra parte, come è normale tra alleati, bisogna dire con chiarezza anche quando non si è d’accordo. Come abbiamo fatto in passato con i dazi, che abbiamo molte volte definito una scelta sbagliata che non condividevamo. Come abbiamo fatto per difendere l’onore dei nostri soldati in Afghanistan, che erano stati definiti “inutili” in modo inaccettabile. Come abbiamo fatto sulla Groenlandia, partecipando a ogni documento europeo di difesa dell’integrità del suo territorio e della sovranità del suo popolo, e sull’Ucraina di fronte alle proposte di negoziato che non consideravamo sostenibili”.

Guerra in Iran. L’Italia ha detto agli Usa di non essere d’accordo sulla guerra in Iran, “un’operazione militare che l’Italia non ha condiviso e a cui non ha partecipato. Un dato emerso in tutta la sua concretezza con la vicenda di Sigonella, nella quale l’Italia si è, ovviamente, attenuta scrupolosamente alla lettera dei trattati e degli accordi che regolano i nostri rapporti con gli Stati Uniti. Circostanza che fa giustizia della solita propaganda a buon mercato ascoltata anche in queste settimane”.

La diplomazia sull’energia. “Qualche giorno fa, prima fra i leader dell’Ue e del G7, mi sono recata in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, sottoposti a un’aggressione ingiustificata da parte dell’Iran. Ho espresso loro la solidarietà e vicinanza dell’Italia ma ho anche lavorato per assicurare gli approvvigionamenti energetici, in particolare di petrolio, indispensabili da un’area che garantisce circa il 15% del nostro fabbisogno nazionale”. Lo ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni intervenendo alla Camera nell’informativa urgente sull’azione del Governo. Con lo stesso spirito, ha proseguito Meloni, “mi ero anche recata in Algeria, per concordare l’aumento delle forniture di gas naturale verso l’Italia. E così farò recandomi presto anche in Azerbaijan, ma anche sostenendo lo sviluppo di risorse energetiche assieme ai partner del continente africano”. “Se invece la crisi in Medio Oriente dovesse conoscere una nuova recrudescenza, dovremmo porci seriamente il tema di una risposta europea, non dissimile per approccio e strumenti a quella messa in campo per rispondere alla pandemia. In quel caso, riteniamo che non dovrebbe essere un tabù ragionare di una possibile sospensione temporanea del Patto di stabilità e crescita. Non una deroga per singolo Stato membro, ma un provvedimento generalizzato”.

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La lunga informativa di Giorgia Meloni presenta contraddizioni e non poche banalità e omissioni. La prima è quella, stucchevole e perfino antipatica, del “metterci la faccia” e dell’ostentare un coraggio che la nostra premier non ha avuto, visti almeno i ripetuti silenzi su Israele, il genocidio in Palestina, su Trump e tante altre questioni internazionali. Metterci la faccia è modo di dire che non ha alcun significato: che altro dovrebbe metterci una presidente del Consiglio se non la faccia in ciò che pensa, dice e fa?

E che dire delle dimissioni di esponenti del governo,? “Abbiamo voluto anteporre l’interesse della Nazione a quello del partito” ha detto la premier nella solennità del Parlamento. Una frase condita da quella ipocrisia a cui il potere spesse volte ricorre per mascherare episodi poco commendevoli. Le dimissioni degli esponenti del governo, rimasti attaccati all’incarico fino al 23 marzo perché la Meloni stessa ha voluto che fosse così, sono state chieste dopo la rovinosa sconfitta al referendum, altrimenti la bella compagnia di governo sarebbe rimasta sorridente al suo posto.

Sul legame con l’amministrazione Trump parole tardive, riparatorie di un silenzio dietro cui nessun leader occidentale si è nascosto negli ultimi terribili mesi. La convinzione che lo squilibrato presidente americano meriterebbe addirittura il Premio Nobel per la Pace non depone a favore  della decenza istituzionale e di civiltà. Altri Paesi europei, perfino il Regno Unito, hanno riservato parole dure nei confronti di Trump, in contrasto con le carezze meloniane. Per dirla tutta, quali coraggiose prese di posizione – e qui, la nostra attenzione viene subito attratta dal premier spagnolo Sanchez – sono state rivolte contro l’incessante furia bellica di Netanyahu?

Le parole pronunciate da Giorgia Meloni alla Camera arrivano tardi, troppo tardi, con un’aggravante: nella sua azione politica da sedicente statista non ha avuto il coraggio di metterci la faccia quando era necessario mettercela, quando davanti al mondo si è dispiegata la ferocia della politiche della Destra aggressiva, sovranista e suprematista, da Minnepaolis al Venezuela per arrivare a Gaza e al razzismo anti-palestinese di una certa Destra israeliana. Anzi, la premier ha dato l’impressione di una fuga. La prima donna premier, che si picca di non nascondersi dinanzi a qualsiasi problema, si è rifugiata nel silenzio o nel più classico “un colpo al cerchio e un colpo alla botte”: non condivido né condanno. E’ apparsa, invece, del tutto funzionale al potere trumpiano al pari di una sconcertante ministra Pat Bondi o di altri miracolati della corte Maga. Tra i tanti difetti che si è attribuita, la signora Meloni dovrebbe prendere in considerazione anche certe vicinanze che non fanno onore a chi si erge a statista e che, alla prova dei fatti e delle omissioni, statista non è. (Piero Di Antonio) 

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