Il New York Times racconta la vicenda di una signora 85enne, fan di Donald Trump, coinvolta nella stretta sull’immigrazione delegata dal presidente americano agli agenti dell’Ice. Nella sua prima intervista dopo l’espulsione, Marie-Thérèse Ross-Mahé, vedova francese di un ex militare della Nato ha raccontato la sua terribile esperienza in un centro di detenzione dell’ICE. Marie-Therese viveva negli Stati Uniti e fino a un mese fa era innamorata della politica di Trump sull’immigrazione clandestina a tal punto che ripeteva: “Bisogan farla anche in Francia”.
L’anno scorso si era trasferita in Alabama per sposare un vecchio amore degli anni Cinquanta, un veterano americano che aveva conosciuto in un centro della NATO. Lui muore a gennaio. Lei decide di restare lì, vedova, in attesa della green card. Tutto bene finché, una mattina di aprile, alle 5, bussano alla porta. Apre in pantofole e accappatoio e trova una sorpresa: gli agenti dell’ICE, quelli che tutto il mondo ha conosciuto nelle tragiche imprese di cui si sono resi autori soprattutto a Minneapolis. Esattamente quegli agenti lì, quelli che applaudiva dal divano. Le ammanettano polsi e caviglie. La caricano su un furgone “come un sacco di patate” (la citazione è sua) e la costringono a 16 giorni di detenzione tra Alabama e Louisiana. Senza nemmeno concederle i farmaci per la pressione.
Perché questa detenzione? Su segnalazione del figliastro, con cui era in lite per l’eredità, si scopre che lei negli Stati Uniti ci era entrata con un permesso temporaneo che dà diritto a 90 giorni di permanenza. Una volta scaduto Marie-Therese aveva deciso di restare e di rimanere per sette mesi oltre la scadenza. Esattamente quel tipo di “irregolare” a cui lei avrebbe detto: “Le regole valgono per tutti, mio caro. E ora, via, in catene”.
La signora, dopo essere stata espulsa a Parigi con un un biglietto di sola andata, ha raccontato al New York Times, con la voce strozzata: “Non pensavo che esistessero posti del genere. Pensavo che, una volta arrestati, li avremmo trattati con rispetto. Li trattano come cani, non come esseri umani”.
Marie-Thérèse ha detto quello che da anni dicevano i giornalisti, le Ong, gli avvocati, i parenti dei deportati. Lo ha provato sulla sua pelle.
Oggi Marie-Thérèse vive di nuovo in Francia con una diagnosi di disturbo da stress post-traumatico, l’anello del marito al collo e la consapevolezza tardiva che i mostri a cui applaudiva esistevano davvero. La morale che se ne trae è sempre la stessa: l’odio è perfino simpatico finché vengono a prendere il tuo vicino di casa, ma poi una mattina si presentano i ceffi dell’Ice alla tua porta e allora ti accorgi che non hanno nemmeno bisogno di chiedere il permesso.
