Il 2 luglio a Ferrara comincerà il “Festival delle Città Identitarie” con un omaggio allo squadrista e colonialista di Quartesana, Italo Balbo. Balbo ebbe un ruolo nel brutale omicidio del parroco di Argenta come ricostruisce l’articolo pubblicato sulla Voce di Ferrara-Comacchio. Balbo è molto amato dall’attuale giunta di Ferrara che intorno alla sua figura dispensa retorica, dimostrando scarsa conoscenza della storia e delle sofferenze che il capo dello squadrismo fascista inferse ai ferraresi. Per l’assessore comunale Golinelli “Balbo è stato una delle figure che hanno reso grande Ferrara”. Per l’attuale vicesindaco Alessandro Balboni “è una delle personalità che hanno portato in alto Ferrara nel corso dei secoli”.
di Andrea Musacci
È possibile omaggiare un picchiatore fascista, responsabile morale e politico di omicidi e violenze inaudite su contadini, oppositori politici e non solo? A Ferrara sì. È ciò che viene fatto – con Italo Balbo – in occasione della 12esima edizione del “Festival delle Città Identitarie” in programma nel Municipio, nella sua piazza e in Sala Estense il 2, 4 e 5 luglio. Una rassegna che mette assieme Ariosto e Antonioni, Lucrezia Borgia e Vancini. E, appunto, Balbo. Colui che seminò il terrore, per anni, nel Ferrarese. La sera del 2 luglio sarà proprio il direttore del Festival, Edoardo Sylos Labini, a portarci – scrivono gli organizzatori – «in viaggio dalla corte estense rinascimentale fino al grande cinema del ‘900: da Lucrezia Borgia passando per Italo Balbo fino a Michelangelo Antonioni».
CHI FU BALBO E CHI OGGI LO OMAGGIA
Nato a Quartesana nel 1896, Balbo partecipa alla Grande Guerra come ufficiale degli alpini e poi come comandante di un reparto di arditi. Nel ’20 fonda il fascismo ferrarese, poi quello padano, con continue spedizioni che distruggono Camere del lavoro, sedi del Partito socialista e delle leghe contadine. Sarà poi quadrumviro della marcia su Roma, membro del Gran consiglio del fascismo, comandante generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, sottosegretario (1926), poi ministro (1929-33) del Ministero dell’Aeronautica, Maresciallo dell’aria e governatore della Libia, colonia del regime fascista. Il 28 giugno ’40 il suo aereo viene abbattuto per errore nel cielo di Tobruk dalla contraerea italiana.
«Senza dubbio un grande ferrarese» lo chiamò Alberto Balboni, senatore di Fratelli d’Italia, nel 2020 (su ilgiornale.it), una “delle personalità che hanno portato Ferrara in alto nel corso dei secoli”, ha aggiunto il figlio Alessandro (vicesindaco) presentando il festival di Sylos Labini. Una delle “figure che hanno reso grande Ferrara”, uno dei “maestri”, ha incalzato l’assessore alla cultura Marco Gulinelli, per cui sarebbe «nostro compito ricordarli e omaggiarli».
DON GIOVANNI MINZONI
Ma ricordiamo chi fu don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta ucciso dagli squadristi capitanati da Balbo. Giovanni nel 1909 è ordinato sacerdote, nel ’10 è cappellano ad Argenta, dove rimane fino al ’12 per andare a studiare alla scuola sociale della Diocesi di Bergamo. Alla morte del parroco di Argenta nel 1916, viene designato a succedergli, ma dopo pochi mesi viene chiamato alle armi. Al termine del conflitto torna ad Argenta e diviene parroco di San Nicolò, dove promuove la costituzione di cooperative tra i braccianti e le operaie del laboratorio di maglieria, il doposcuola, il teatro parrocchiale, la biblioteca circolante, i circoli maschili e femminili. Grazie all’incontro con don Emilio Faggioli, si convince della validità dello scoutismo, per cui fonda un gruppo scout in parrocchia. Contrasta l’Opera Nazionale Balilla e l’Avanguardia giovanile fascista. La sera del 23 agosto 1923 viene ucciso a bastonate da due squadristi di Casumaro, Giorgio Molinari e Vittore Casoni, scagnozzi di Balbo, che gli provocano la frattura del cranio.

Don Giovanni Minzoni
GLI ITALO-AMERICANI AIUTANO BALBO A RICORDARE
Nell’estate del ’33 Balbo capeggiò una trionfante crociera Nord Atlantica: a Chicago fu accolto come un eroe. Da quasi tutti. Come spiega Pietro Pinna su E-Review, «le contestazioni a Italo Balbo non mancarono nella stessa Chicago, dove comunisti e socialisti denunciarono la presenza del sodale di Mussolini, richiamando la figura di don Minzoni, la responsabilità del cui assassinio ricadeva sul ministro ferrarese. Il nome del prelato ucciso ad Argenta irruppe anche nel corso del banchetto voluto dalla comunità italo-americana quando fu letto un ironico messaggio di congratulazioni per la trasvolata a suo nome (…). Alcuni attivisti antifascisti, inoltre, coprirono nottetempo l’insegna della nuova Balbo Drive con un cartello riportante la scritta Don Minzoni Drive (…). Il periodico di San Francisco Il Corriere del Popolo (…) oltre a ricordare la figura di don Minzoni, evocò lo spettro della rivalità tra Balbo e Mussolini e polemizzò apertamente con i fascisti locali e, soprattutto, col sindaco della città, l’italo-americano Angelo Rossi». E l’anarchico Carlo Tresca, guida dell’Industrial Workers of the World, scrisse un telegramma a Balbo: «Ti sto osservando», firmato “Don Giovanni Minzoni”.
CAPO SQUADRISTA E PICCHIATORE PER GLI AGRARI
Ma ripercorriamo le vicende di quel periodo, cercando di delineare la responsabilità morale e politica di Balbo nell’omicidio di don Minzoni. Già prima della Grande Guerra, la miseria – con disoccupazione e salari da fame – dominava le vite delle popolazioni rurali del nostro territorio. E già da fine Ottocento nacquero le leghe contadine, sia d’ispirazione cristiana sia socialista. In particolare, nel nostro territorio il socialismo “crebbe quando dimostrò di saper organizzare un’efficace resistenza, connotata da un’indispensabile radicalità, allo spadroneggiare dei ceti agrari”, scrive lo storico Govoni: “Solo realizzando il monopolio del mercato del lavoro si sarebbero infatti potute imporre concessioni, sul piano salariale e lavorativo, all’agguerrito fronte padronale”. Ma nel ’20 “la nomina a capo del fascismo ferrarese di Italo Balbo, ex ufficiale e personalità particolarmente dotata dal punto di visto organizzativo, avrebbe sancito la definitiva saldatura tra quest’ultimo e la grande proprietà agraria”.
Balbo divenne, quindi – scrive De Michele – “il garante di quel mondo”. Guido Torti, uno dei fascisti della prima ora, a Il Popolo, raccontò le condizioni – ben poco romantiche – che Balbo impose per il suo passaggio dal Partito repubblicano a quello fascista: «1. stipendio mensile di lire millecinquecento: 2. nomina immediata a segretario; 3. Garanzia di un impiego bancario alla fine della battaglia fascista (ispettore alla Banca Mutua). Solo quando noi avessimo assicurato a Balbo questi tre punti, Egli avrebbe restituito la tessera del Partito Repubblicano; prima no. E così esattamente avvenne”.
UNA VERITÀ DA NASCONDERE
E riguardo all’omicidio di don Minzoni, Girolamo De Michele aggiunge: Balbo “fu il responsabile primo del fascismo che uccise don Minzoni, l’artefice del mondo nel quale fu ucciso”. Una responsabilità, la sua, quindi, sia morale che politica. Nel ’21, ad esempio, «le lotte non cessarono: lo confermano, se ce ne fosse bisogno, le spedizioni fasciste su Argenta che continuano – anche con la presenza di Balbo, attestata dalle cronache locali”. Importante anche la testimonianza di Ida Crispini, sorella di Antonio, capo scout 18 enne che due settimane prima dell’assassinio di don Minzoni fu schiaffeggiato dal fascista Enrico Dalla Fina: “Ricordo esattamente – ha detto Ida – che il 9 agosto [1923] – giovedí – Balbo era ad Argenta al teatro del ricreatorio cattolico (che don Giovanni aveva fatto costruire per noi suoi giovani) sul palcoscenico ci fu un incontro di Balbo con don Minzoni. Sarebbe più appropriato definirlo uno scontro, perché Balbo, minacciò dure sanzioni se non si fosse sciolta l’associazione degli scout e di tutte le altre di mira cattolica. Si doveva essere tutti lupetti, balilla o avanguardisti secondo l’età ma niente altro doveva esistere, perché tale era la volontà e l’ordine ben chiaro del DUCE. Ovviamente Don Minzoni, niente affatto intimorito, gli rispose che lui prendeva gli ordini solo dal PAPA e che i suoi ragazzi, protetti da lui sarebbero sempre rimasti uniti in nome di Dio per il loro vero ed unico bene (che non era quello d’imparare ad usare i fucili)”..
Nell’udienza del 23 luglio ’25 del processo per la morte di don Minzoni, l’avv. Giuseppe Muratori conferma quanto gli rivelò Tomaso Beltrani, segretario politico del fascio: Beltrani «mi parlò di una riunione avvenuta a Ferrara tra Balbo, il console Forti e il Maran [Augusto Maran, fiduciario di Balbo], in cui si parlò dell’attività antifascista di don Minzoni, alla quale bisognava pur mettere un freno. L’on. Balbo, sempre secondo il Beltrani, avrebbe risposto: “A questa faccenda pensaci tu”, rivolgendosi al console Forti; e in conseguenza Forti avrebbe dato incarico ad un centurione della milizia di Casumaro di inviare ad Argenta due militi per dare una lezione all’arciprete”. Raoul Forti, argentano, fu ufficiale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) e uno dei principali imputati per l’assassinio del parroco.
Il 23 agosto 1924 il giornale La Voce Repubblicana pubblica il cosiddetto “Memoriale Beltrani” che chiama in causa Italo Balbo come mandante dell’uccisione di don Minzoni. Nel suo Memoriale, Beltrani a un certo punto scrive: «A varie riprese io ebbi pure ordine di proclamare l’innocenza del Maran dalle colonne del settimanale del fascismo ferrarese Il Balilla, ed ho avuto da lui [Balbo] anche rimprovero di non aver fatto questo con sufficiente calore. L’atteggiamento di Balbo nei riguardi di questo fatto fu sempre coerente a quanto egli mi aveva già detto la prima volta che parlammo tra noi del delitto, allorché aveva approvato completamente il mio agire e mi aveva esortato a mantenere tale linea di condotta, esprimendo anche la sua soddisfazione per la docilità del Questore”..
Il 6 giugno 1947 a Ferrara sì aprì il terzo ed ultimo processo sull’omicidio don Minzoni: molti imputati sono nel frattempo deceduti. Il 20 giugno 1947 i tre presenti sono giudicati colpevoli di omicidio preterintenzionale e lesioni violente: Vittore Casoni e Giorgio Molinari quali esecutori, Augusto Maran quale mandante. Per sopraggiunta amnistia nazionale emessa per la fine della guerra, vengono però messi in libertà. Ma la verità rimane ben chiara nelle coscienze di chi crede che ogni revisionismo storico vada bandito.






