di Piero Di Antonio
— Ventimila piccoli Marilyn Manson per buona parte del pomeriggio in paziente attesa davanti agli ingressi di Piazza Ariostea: alcuni di loro simili al proprio idolo nel trucco, nei volti volutamente pallidi, nei tatuaggi e nel dress code di un rigoroso nero. Sotto un cielo incandescente, Ferrara si è trasformata in una non tanto piccola oasi di visibilità per quel mondo giovane – e a tratti meno giovane – che facciamo fatica a comprendere, ma che esiste, e che ci impone quindi di andare alla radice del fascino esercitato su una così vasta platea di seguaci.
Sono venuti da ogni dove, attirati dal primo concerto italiano del controverso cantante americano dell’heavy metal; per alcuni un demonio, ma per i furbi agenti discografici una vera miniera d’oro, visti i milioni di dischi venduti in ogni angolo della terra. La migliore definizione che possiamo dare di questo provocatore, che si erge a nemico del conformismo e del politically correct, è “rivoluzionario”. Ma, badate bene, a modo suo. Nei suoi testi adopera parole dure ed esprime concetti ributtanti al limite del cinismo che, nella sostanza, risultano però innocui, incapaci di sollevare anche solo un granello di sabbia.
I suoi ammiratori sono certi che Manson sia ormai approdato a una seconda vita, con meno eccessi e provocazioni. Sono finiti i tempi delle bibbie bruciate sul palco – anche perché, in questi tempi orribili, le bibbie vengono brandite assieme ai mitra dai coloni israeliani nel cacciare i palestinesi. La rivoluzione che Manson propone è un po’ comoda. Per combattere il conformismo e l’ipocrisia che si annidano nella società odierna, dominata da colossali interessi economici e convenienze, occorrerebbe essere un combattente autentico, capace di agire per cambiare le cose a costo di sacrifici e con l’arma della coerenza.
Rivoluzionario è chi rivoluzionario fa. Il resto sono tentativi malcelati di épater le bourgeois. Questo è il retrogusto amaro che si prova nell’ascoltare Manson e nel riflettere sulle parole con cui contorna la sua musica. Sbalordire il borghese, nel modo in cui l’artista si pone davanti ai fan e al pubblico mondiale, equivale a voler meravigliare la gente a buon mercato, con affermazioni e atteggiamenti anticonformisti e spregiudicati al solo gusto di stupire e scandalizzare. Se poi si scava in profondità, si scopre che sotto sotto c’è ben poco. Poca rivoluzione, poco anticonformismo, poco contrasto al dilagante e furbo becerume… insomma, un poco di tutto quello che servirebbe a una rivoluzione civile in grado di migliorare il mondo.
Denuncio il problema, ti stupisco con affermazioni scioccanti, ma il risultato è di mettere a tacere coloro che magari quel problema lo sollevano in altro modo, più semplice, senza richiedere l’applauso ma la condivisione. Facile dire che il mondo, in alcuni aspetti, provoca ribrezzo; arduo è indicare la strada per migliorarlo. Si chiama civiltà. Se distruggo, troverò solo il deserto.
Ma giustizia vuole che, nel parlare con i ragazzi venuti da ogni dove, si scopra che in fondo sono persone in cerca di una dimensione diversa dalla maggioranza, che amano parlare con chiarezza e che si dicono nemici di una società conservatrice. Al bando le ipocrisie. Chi sono questi ragazzi, anche quelli più cresciuti? Perché amano un personaggio discusso e discutibile come Manson? Per anni si sono sbizzarriti a definirli sociologi, psicologi e critici, tutti concordi sul fatto che l’identificarsi con un artista così provocatorio sia un modo potente per tracciare una linea di demarcazione netta rispetto al mondo di noi adulti. Qualcuno ha voluto far sapere che assistere ai concerti di Manson è un modo per esprimere dissenso nei confronti delle convenzioni sociali, della religione e del conformismo. Una ragazza ben acculturata sintetizza: “Marilyn è l’archetipo dell’antieroe e del nemico pubblico della società borghese e conservatrice. E’ un nostro idolo. Stop”.
Qui non si parla solo di musica, ma di un universo giovanile che presenta tratti oscuri. È l’epoca delle immagini e Manson fonde cinema horror, bondage, glam rock e nichilismo. È un magnetismo, un voler essere radicali in evidente contrasto con l’immagine patinata e ben costruita del pop mainstream.
Perché ami le parole dei suoi brani, anche quelle più violente, volgari e non condivisibili? “Sono frasi legate alla nostra vulnerabilità di giovani”, si sente dire da una voce che fuoriesce da un gruppo arrivato a Ferrara dalla Lombardia. Quali sono i vostri punti deboli che riuscite a individuare in voi stessi? “Alienazione, isolamento, la società che ci rifiuta. Con la sua musica ci sentiamo meno soli”.
Fin dagli inizi della carriera, Marilyn Manson ha giocato parecchio con l’ambiguità sessuale e la fluidità di genere, trovando in ciò un terreno fertile tra i giovani con una sensibilità più aperta e di sicuro più critica verso alcuni stereotipi ricorrenti nella società. Ma c’è chi fa notare, prima di entrare nel prato della bella Piazza Ariostea, che la percezione pubblica della figura di Manson è molto cambiata a causa delle gravi vicende giudiziarie e delle accuse di abusi che lo hanno coinvolto: “Oggi l’attrazione verso di lui ha una diversa sfumatura: riusciamo a separare la sua opera dall’uomo”.
E in questo clima di sincera ed educata partecipazione al concerto, non può non risaltare la distrazione di gran parte dell’informazione locale, pronta a celebrare la presenza di ventimila spettatori che proietterebbero nel mondo la città di Ferrara (come se ne avesse bisogno), e poco capace di entrare nel dettaglio della produzione artistica di questo personaggio controverso e di critica dei messaggi che lancia al mondo.
Foto: da Facebook






