Per la prima volta al mondo gli algoritmi dei social network finiscono sotto processo. In particolare l’architettura di Instagram e You Tube progettata, secondo l’accusa, per trattenere, catturare e rendere dipendenti gli utenti, soprattutto i più giovani. La storica causa – che non vede in discussione i contenuti dei social e né i video bensì il meccanismo con cui vengono proposti agli utenti – sarà discussa davanti alla Superior Court della California con un processo che potrebbe dare l’avvio a una sfilza di contenziosi contro i giganti del web.
A trascinare in tribunale Meta e Google – ci informa Amelia Tricante (The Voice of New York) – è una donna identificata come K.G.M., vent’anni. Sostiene che l’uso compulsivo delle piattaforme, iniziato da adolescente, le abbia aggravato la depressione e i pensieri suicidari. Non contesta singoli contenuti, ma il funzionamento: algoritmi di raccomandazione, notifiche, scorrimento infinito. Strumenti pensati per massimizzare il tempo online che, secondo i suoi legali, avrebbero contribuito a un danno psicologico concreto. Il nodo giuridico è delicato. Per oltre due decenni le grandi piattaforme hanno goduto di un’ampia protezione legale rispetto ai contenuti pubblicati dagli utenti. Se però la giuria dovesse ritenere che il danno deriva dal design del prodotto, non dal contenuto, si aprirebbe una breccia nella difesa storica dell’industria tecnologica.
Il procedimento californiano è il primo a dibattimento all’interno di un maxi-contenzioso che riunisce migliaia di cause simili contro le principali società dei social media. Il suo esito influenzerà trattative e strategie legali in una partita che coinvolge anche famiglie, distretti scolastici e procure statali. TikTok e Snap hanno già raggiunto un accordo separato con la giovane poco prima del processo, ma restano coinvolte nelle altre cause.
L’accusa punterà su tre pilastri. Vale a dire, la progettazione negligente, la mancata informazione sui rischi e il nesso causale tra design e danno. Nel mirino ci sono funzioni come lo “scroll infinito” e gli algoritmi che personalizzano i contenuti. Secondo i legali della giovane, queste caratteristiche favoriscono un uso compulsivo, soprattutto tra i minori.
Meta e Google respingono l’impostazione. Sosterranno che eventuali danni derivano da comportamenti personali e che i contenuti sono caricati dagli utenti stessi, non dalla piattaforma. Porteranno in aula le misure introdotte negli ultimi anni per la sicurezza dei giovani. Tra i testimoni attesi c’è anche Mark Zuckerberg, chiamato a rispondere sulle scelte di progettazione e sugli effetti sui minori. Negli Stati Uniti sono pendenti oltre duemila cause analoghe. In parallelo, un giudice federale sta valutando se alcune possano arrivare a processo già nei prossimi mesi. Un’altra causa, nel New Mexico, accusa ad esempio Meta di aver esposto minori a sfruttamento sessuale sulle proprie piattaforme. (In collaborazione con The Voice of New York)
