di Massimo Jauss *

La Corte Suprema ha chiuso il suo anno giudiziario con tre colpi destinati a pesare sulla vita degli americani e sulla macchina politica che decide chi li governa. Ha stabilito che nascere negli Stati Uniti continua a significare diventare cittadini americani, anche quando i genitori sono immigrati irregolari o presenti solo temporaneamente. Ha autorizzato gli Stati a escludere le ragazze transgender dalle competizioni femminili nelle scuole e nelle università pubbliche. E ha cancellato i limiti alle spese coordinate tra partiti e candidati, aprendo un’autostrada al denaro politico.

Tre sentenze, tre Americhe diverse. La prima custodisce una promessa nata dopo la Guerra civile. La seconda consegna agli Stati repubblicani un’arma nuova nella guerra culturale sui diritti transgender. La terza permette a grandi donatori, lobby, corporation e miliardari di finanziare con meno ostacoli i candidati più vicini ai propri interessi.

La cittadinanza resta il diritto di avere diritti

La sconfitta più bruciante per Donald Trump arriva sul terreno simbolico della cittadinanza. Il presidente aveva provato a fare con un ordine esecutivo quello che la Costituzione non gli consente di fare: riscrivere il significato del Quattordicesimo Emendamento. Il provvedimento voleva negare la cittadinanza automatica ai figli nati negli Stati Uniti da genitori senza documenti o presenti con visti temporanei, studenti, lavoratori, turisti, richiedenti protezione.

La Corte lo ha fermato. Il principio, ha scritto il presidente John Roberts, è semplice: chi nasce negli Stati Uniti ed è soggetto alla giurisdizione americana è cittadino dalla nascita. La cittadinanza, ha ricordato Roberts, non è un timbro burocratico, ma “il diritto di avere diritti”, la possibilità di partecipare alla comunità politica senza dipendere dal sangue, dall’origine o dalla condizione dei genitori.

È il cuore dell’America uscita dalla Guerra civile. Il Quattordicesimo Emendamento nacque per cancellare l’infamia di Dred Scott, la sentenza con cui la Corte Suprema aveva negato ai neri la cittadinanza. Nacque per impedire che il Paese costruisse caste ereditarie di persone nate sul suo territorio ma escluse dalla comunità nazionale. Trump ha provato a riaprire quella porta, sostenendo che i figli degli immigrati irregolari o temporanei non fossero davvero “soggetti alla giurisdizione” degli Stati Uniti. La maggioranza gli ha risposto che quella lettura non regge nel testo, nella storia e nella tradizione costituzionale.

Il dissenso di Clarence Thomas, sostenuto dall’ala più dura della Corte, racconta però quanto la battaglia sia tutt’altro che finita. Thomas ha accusato la maggioranza di svuotare il valore della cittadinanza, trasformandola in un automatismo esteso anche al cosiddetto turismo della nascita e all’immigrazione illegale. C’è, in questo dissenso, un’ironia storica difficile da ignorare: Thomas è afroamericano, e proprio il Quattordicesimo Emendamento, nato per garantire cittadinanza e diritti agli ex schiavi e ai loro discendenti, è il fondamento che ha impedito all’America di decidere l’appartenenza alla nazione in base alla razza o all’origine. Oggi Thomas legge quello stesso emendamento in senso restrittivo. È l’argomento politico della destra trumpiana, vestito da dottrina costituzionale: la cittadinanza come privilegio da limitare, non come promessa da mantenere.

Lo sport diventa confine identitario

Se sulla cittadinanza Trump perde, sul terreno dei diritti transgender ottiene una vittoria pesante. La Corte ha confermato la possibilità per gli Stati di vietare alle studentesse transgender di partecipare alle squadre femminili nelle scuole pubbliche e nelle università. Il caso nasceva dalle leggi di Idaho e West Virginia, ma la decisione riguarda già più di venti Stati repubblicani che hanno approvato norme simili.

La sentenza riguarda soprattutto le donne transgender, cioè persone nate maschi che si identificano come donne e chiedono di gareggiare nelle categorie femminili. Non è un divieto simmetrico: le leggi contestate non nascono per regolare allo stesso modo l’accesso degli uomini transgender alle competizioni maschili, ma per proteggere, secondo la tesi conservatrice, lo sport femminile da un possibile vantaggio fisico legato al sesso biologico maschile alla nascita. Per questo la Corte non ha affrontato il caso inverso: una persona nata femmina che gareggia tra i maschi non viene considerata dagli Stati una minaccia alla parità competitiva maschile.

La maggioranza ha sostenuto che gli Stati possono organizzare le competizioni sulla base del sesso biologico, in nome della sicurezza e della parità per donne e ragazze. Secondo la Corte, né il Titolo IX, la legge federale contro la discriminazione sessuale nell’istruzione, né la clausola di eguale protezione del Quattordicesimo Emendamento impongono agli Stati di ammettere le atlete transgender nelle squadre femminili.

La decisione non obbliga tutti gli Stati a vietare quella partecipazione. California e altri Stati potranno continuare a seguire politiche più inclusive. Ma il segnale politico è netto. La Corte offre copertura costituzionale alla linea conservatrice secondo cui l’identità di genere deve fermarsi davanti al sesso biologico, soprattutto nello sport. Trump ha esultato subito su Truth Social, presentando la sentenza come la fine della “ridicola situazione” degli “uomini negli sport femminili”.

Per le giudici liberali, la maggioranza ha chiuso troppo in fretta una questione complessa, senza lasciare ai tribunali inferiori il tempo di valutare fatti, differenze individuali, effetti delle terapie e vita concreta delle ragazze coinvolte. Ma il punto ormai è politico prima ancora che giuridico. Dopo le restrizioni sulle cure di affermazione di genere, le battaglie sui documenti, sui bagni, sulle scuole e sull’esercito, anche lo sport entra stabilmente nel campo di battaglia della destra americana.

La diga del denaro politico cede ancora

La terza decisione è forse la meno immediata per il pubblico, ma la più esplosiva per la democrazia americana. La Corte ha cancellato i limiti federali alle spese coordinate tra partiti politici e candidati. In pratica, un partito potrà spendere senza tetto per aiutare un candidato, concordando strategia, messaggi, pubblicità e priorità con la sua campagna.

La maggioranza conservatrice ha letto quei limiti come una violazione del Primo Emendamento. Limitare il modo in cui un partito spende per sostenere un candidato, secondo la Corte, significa limitare la sua libertà di espressione politica. È la stessa traiettoria aperta da Citizens United nel 2010, quando i giudici spalancarono le porte alla spesa indipendente illimitata di corporation e sindacati. Allora si disse che il denaro, se non coordinato direttamente con i candidati, era espressione politica. Ora cade un altro muro: anche la coordinazione tra partito e candidato diventa libertà di parola.

È una vittoria enorme per i Repubblicani, che avevano promosso il ricorso anche con JD Vance quando era candidato al Senato in Ohio. Ed è una vittoria per il sistema dei grandi finanziatori. I limiti erano nati dopo il Watergate proprio per impedire che il denaro comprasse accesso, gratitudine e influenza. Non eliminavano il potere dei ricchi nella politica americana, ma provavano almeno a mettergli qualche argine. Da oggi quell’argine è molto più basso.

Il rischio è evidente. I miliardari non avranno bisogno di limitarsi ai Super PAC, spesso più costosi e formalmente indipendenti. Potranno passare attraverso i partiti, che a loro volta potranno lavorare fianco a fianco con i candidati. Il denaro diventa più efficiente, più mirato, più utile. E quando il denaro politico diventa più utile, diventa anche più potente.

Trump ha salutato la decisione come una “grande vittoria per i repubblicani e per il Primo Emendamento”. Ma dietro la formula costituzionale c’è un fatto brutale: la politica americana sarà ancora più dipendente da chi può scrivere assegni enormi. Multicorporation, lobby e grandi patrimoni personali avranno un canale ancora più diretto per sostenere candidati, orientare campagne, occupare il dibattito pubblico.

Un’America salvata e consegnata

La giornata della Corte lascia un’immagine doppia. Da una parte, impedisce a Trump di trasformare con una firma presidenziale la definizione stessa di cittadino americano. Su quel punto, la Costituzione regge. Il sangue non vince sul suolo. Il presidente non può togliere a un bambino nato negli Stati Uniti il diritto fondamentale di appartenere al Paese in cui è venuto al mondo.

Dall’altra parte, la stessa Corte restringe lo spazio dei diritti transgender e allarga quello del denaro politico. Difende una promessa egualitaria nata nel 1868, ma permette agli Stati di escludere una minoranza vulnerabile dalle competizioni sportive. Custodisce la cittadinanza, ma consegna la politica a un mercato ancora più ricco, più opaco, più feroce. La cittadinanza resta. Ma la democrazia, da oggi, costa ancora di più.

* The Voice of New York

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