LA CORTE SUPREMA boccia i dazi, ma Trump li aumenta al 15% / Sondaggio: il 60 per cento disapprova il presidente

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato l’aumento immediato dei dazi globali dal 10 al 15 per cento. La decisione è stata comunicata con un messaggio pubblicato sul suo social Truth, all’indomani della clamorosa sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha bocciato parte dell’impianto tariffario. Ma la Casa Bianca non ne vuol sapere e annuncia un aumento globale delle tariffe commerciali.

Intanto, un sondaggio Ipsos rileva che il 60% degli statunitensi disapprova l’operato di Trump come presidente, un tasso di insoddisfazione che ha raggiunto una quota record nel suo secondo mandato: il sondaggio è stato pubblicato da Abc News e Washington Post. Mentre il Paese attende il suo discorso sullo Stato dell’Unione, martedì, gli argomenti su cui gli americani sono più insoddisfatti di Trump sono l’inflazione (disapprovazione del 65%), la questione dei dazi (64%), le relazioni estere (62%) e la gestione migratoria (58%). Il livello di disapprovazione è salito dallo scorso ottobre, quando era del 59%, e di sette punti percentuali rispetto all’inizio del mandato (febbraio 2025). Il tasso di approvazione è invece passato dal 45% al 39%. Se l’operato di Trump viene bocciato da una maggioranza di elettori, con il 64% che ritiene che il presidente sia «scollegato dalle principali preoccupazioni del Paese», in quanto a livelli di fiducia non si salvano neanche i democratici. Ad esempio, a domanda su chi possa gestire meglio i principali problemi degli USA, solo il 31% risponde indicando i democratici al Congresso, mentre Trump è indicato dal 33%. Un altro terzo di americani risponde invece «nessuna delle due parti».

All’interno del campo repubblicano si rileva una divisione tra chi si rivede nell’orientamento politico specifico di Trump e chi ne prende in parte le distanze: infatti, il 54% dei simpatizzanti conservatori si dichiara «sostenitore del movimento MAGA (“Make America Great Again»; lo slogan del presidente, ndr), mentre il 42% afferma di no. In quest’ultimo gruppo, una maggioranza disapprova la sua gestione di inflazione, dazi e relazioni estere.

La Suprema Corte: “Il presidente non è un imperatore”

La Corte Suprema ha bocciato i dazi di Trump con sei voti a favore e tre contrari. Si tratta di un duro colpo all’agenda economica della Casa Bianca. I giudici hanno stabilito che il presidente statunitense non può imporre i dazi in base all’International Emergency Powers Act, quello a cui ha fatto ricorso per giustificare le tariffe doganali del Liberation Day.

La legge dà al presidente l’autorità di affrontare “minacce straordinarie” in caso di un’emergenza nazionale, inclusa quella di “regolare” l’importazione” di “beni esteri”, ed è stata approvata negli anni 1970 per limitare i poteri presidenziali in materia di sicurezza nazionale dopo i dazi imposti da Richard Nixon per affrontare la crisi della bilancia dei pagamenti in seguito al crollo del sistema monetario di Bretton Woods. La norma non fa alcun riferimento esplicito ai dazi, competenza esclusiva del Congresso come le tasse e per i quali sono state concesse solo alcune deleghe al presidente.

La maggioranza ha stabilito che la Costituzione attribuisce “in modo molto chiaro” al Congresso il potere di imporre tasse, tra cui rientrano anche i dazi. “I Padri fondatori non hanno attribuito alcuna parte del potere di imposizione fiscale al ramo esecutivo”, ha scritto il presidente della Corte, John Roberts. I giudici Samuel Alito, Clarence Thomas e Brett Kavanaugh hanno espresso voto contrario. “I dazi in questione possono essere o meno una politica saggia. Ma, alla luce del testo, della storia e dei precedenti, sono chiaramente legittimi”, ha scritto Kavanaugh nel suo parere contrario. Le Borse europee festeggiano e sono scattate tutte al rialzo, così come Wall Street.

Quel che l’America adesso teme sono i ricorsi per ottenere rimborsi da partre di coloro che hanno pagato le tariffe commerciale ritenute illegali, si valuta una cifra esorbitante: 175 miliardi di dollari. Secondo il Congressional Budget Office, l’impatto economico dei dazi di Trump è stato stimato in circa tremila miliardi di dollari nel prossimo decennio. Il Tesoro ha già incassato oltre 133 miliardi di dollari dalle imposte sulle importazioni imposte dal presidente in base alla legge sui poteri d’emergenza, secondo i dati federali di dicembre. Molte aziende, tra cui la catena di magazzini all’ingrosso Costco, si sono già rivolte ai tribunali per chiedere rimborsi.

LA REAZIONE DEL PRESIDENTE: UNA VERGOGNA, VADO AVANTI

La sentenza della Corte Suprema è stata “profondamente deludente”: ha detto il presidente Donald Trump, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca. Trump ha detto di vergognarsi di “alcuni membri della Corte per non aver avuto il coraggio di fare ciò che è giusto per il nostro Paese”. Trump ha sostenuto che la Corte suprema degli Stati Uniti è “influenzata da interessi stranieri”, senza però fornire prove al riguardo.

Il presidente degli Stati Uniti, ha poi detto che la Corte suprema non ha annullato i dazi in generale ma solo uno specifico utilizzo dell’International Emergency Economic Powers Act, che secondo i giudici non gli conferiva il potere che sosteneva di avere. Trump ha aggiunto che, nel tentativo di “proteggere” gli Stati Uniti,imporrà dazi più elevati facendo ricorso ad altre disposizioni di legge. Con effetto immediato, il presidente ha detto di aver firmato un ordine esecutivo per introdurre un dazio globale del 10% utilizzando la sezione 122, prevista dal Trade Act del 1974. Secondo Trump, i dazi precedentemente imposti resteranno in vigore e sono dunque “pienamente efficaci”.

LA REAZIONE IN EUROPA

“Prendiamo atto della sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti e la stiamo analizzando attentamente. Restiamo in stretto contatto con l’amministrazione statunitense per chiarire quali misure intende adottare in risposta a tale sentenza”, ha dichiarato un portavoce della Commissione Ue dopo la bocciatura dei dazi Usa. “Le imprese su entrambe le sponde dell’Atlantico dipendono dalla stabilità e dalla prevedibilità delle relazioni commerciali. Continuiamo quindi a sostenere tariffe basse e a lavorare per ridurle”.

IL PRESIDENTE NON E’ UN IMPERATORE

(Massimo Jauss da New York) — C’è un passaggio, nella decisione della Corte Suprema, che va letto ben oltre la materia dei dazi. Non riguarda solo il commercio, ma la natura stessa della presidenza in una democrazia costituzionale. Il presidente degli Stati Uniti non è un sovrano economico, non è un monarca commerciale, non è il titolare solitario del potere fiscale. È il capo di una nazione democratica e proprio per questo deve rispettare i limiti imposti dalla Costituzione, anche quando la sua impostazione politica tende a privilegiare l’azione unilaterale e la mano libera decisionale. La sentenza che boccia i dazi imposti tramite poteri di emergenza è, in sostanza, un richiamo istituzionale prima ancora che giuridico. Un richiamo alla separazione dei poteri, all’equilibrio tra Congresso e Casa Bianca, e soprattutto all’idea che l’autorità presidenziale, per quanto forte, non può trasformarsi in un potere imperiale.

Donald Trump ha costruito gran parte della sua azione politica sulla rapidità decisionale, sull’uso creativo dei poteri esecutivi e su una visione muscolare della leadership. In questo schema, i dazi sono stati presentati come uno strumento diretto, flessibile, quasi personale, per correggere deficit commerciali, punire partner economici e rafforzare la manifattura americana.

Ma la Corte Suprema ha ricordato una verità elementare, scritta nella Costituzione sin dalle origini della Repubblica: il potere di imporre tasse e dazi appartiene al Congresso. Il presidente può negoziare, può indirizzare, può applicare leggi esistenti, ma non può creare unilateralmente un’imposta su scala globale invocando una legge di emergenza che non menziona nemmeno la parola “dazi”.

Scrivendo per la maggioranza, il Chief Justice Roberts ha demolito l’impianto argomentativo della Casa Bianca con una logica lineare: se il presidente rivendica un potere straordinario, deve dimostrare una chiara autorizzazione del Congresso. Non una interpretazione elastica, non una deduzione politica, ma un mandato esplorativo.

La Corte ha respinto questa lettura non solo per ragioni tecniche, ma per ragioni istituzionali. Consentire a un presidente di imporre dazi illimitati per durata, portata e importo avrebbe significato, di fatto, trasferire al potere esecutivo una prerogativa centrale del legislativo. In altre parole, avrebbe aperto la porta a una presidenza economicamente imperiale. E qui emerge il nodo politico più profondo. Trump non ha mai nascosto la sua preferenza per un ruolo forte della Casa Bianca, spesso insofferente ai vincoli procedurali, ai tempi del Congresso, alle mediazioni parlamentari, al dialogo e al compromesso. Ma proprio perché è il presidente di una democrazia costituzionale, non può scegliere quali regole rispettare e quali aggirare con oscuri sotterfugi legali sulla base dell’urgenza politica o della convenienza strategica.

Il richiamo della Corte alla Costituzione

La decisione è ancora più significativa se si considera che la stessa Corte, in altri ambiti del secondo mandato, ha concesso ampi margini di manovra all’esecutivo. Qui, invece, la maggioranza, composta da giudici conservatori e progressisti, ha tracciato una linea netta. Anche un presidente forte a livello politico resta giuridicamente vincolato al rispetto della Costituzione. Il fatto che tre giudici conservatori, Thomas, Alito e Kavanaugh, abbiano dissentito dimostra che il dibattito dottrinale sul potere esecutivo resta aperto. Ma la maggioranza ha scelto di difendere un principio classico della democrazia americana, nessun potere fiscale senza rappresentanza legislativa. È, in sostanza, una risposta indiretta all’idea che l’emergenza possa giustificare l’espansione permanente dell’autorità presidenziale. La Corte ha detto no, l’emergenza non può diventare un lasciapassare per concentrare poteri economici nella sola Casa Bianca.

Un ridimensionamento politico oltre che giuridico

La reazione di Trump, che ha definito la sentenza una “vergogna”, conferma quanto la decisione sia percepita come un affronto personale e politico. Non sorprende. I dazi erano il pilastro simbolico della sua strategia economica, lo strumento con cui rivendicare forza negoziale e indipendenza commerciale.

Ma la Corte non ha giudicato la convenienza dei dazi, ha giudicato la loro legittimità. Ed è una distinzione cruciale. In una democrazia, anche le politiche ritenute utili o popolari devono rispettare le procedure costituzionali. Il fine non può sostituire la legalità del mezzo. Questo passaggio rappresenta un ridimensionamento della concezione “imperiale” del ruolo presidenziale, quella visione secondo cui il capo della Casa Bianca, investito del mandato elettorale, possa agire con ampia discrezionalità su materie strutturali come la fiscalità e il commercio internazionale.

Una lezione istituzionale per la Casa Bianca. Il paradosso è che la sentenza non indebolisce la presidenza in senso assoluto, ma la riporta dentro il suo perimetro costituzionale. Se la Casa Bianca vuole dazi radicali, dovrà convincere il Congresso. Se vuole una strategia commerciale aggressiva, dovrà costruire consenso legislativo. Esattamente come previsto dal sistema dei pesi e contrappesi.

In questo senso, la decisione è meno una sconfitta ideologica e più una correzione istituzionale. Un promemoria severo ma coerente, il presidente degli Stati Uniti guida una repubblica democratica, non un sistema di governo personale. Può avere una visione forte, può spingere i confini del potere esecutivo, ma non può sostituirsi al legislatore. Ed è forse questa la vera portata storica del verdetto. Non aver detto che i dazi sono giusti o sbagliati, ma aver ricordato che, in una democrazia costituzionale, nemmeno il presidente più determinato può governare come se la Costituzione fosse un ostacolo opzionale. È il fondamento del suo potere e allo stesso tempo il suo limite.

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