di Sara Di Antonio
Una delle più brave parrucchiere che conosco lavora in stazione e si chiama Susy. Mi accoglie con un sorriso ogni volta, e decide di fare sparire in poche mosse ogni brutto pensiero aggrovigliato in testa, assieme ai miei brutti capelli ricci.
Li prende uno a uno, senza alcuna recalcitranza, e tira con la spazzola dura finché le ciocche non diventano, da neri serpenti che sono, delle lame scure, lunghe e dritte che cedono nelle sue mani. Non si lascia sconvolgere dal disordine dei miei pensieri, e non arretra di un millimetro quando le propongo una riga in mezzo, che calcola, aiutata da un pettine, con la precisione di un geometra: finalmente un po’ di ordine in quel che in ordine non è!
Sulla sua insegna, c’è un invito alla fiducia: “Quando la vita prende una brutta piega, fattela cambiare dalla tua parrucchiera”. Sorrido incredula di fronte a quel cartello ironico che campeggia su via Turri; e come sempre c’è qualcosa di vero, come accade per ogni promessa esagerata.
Tutte le volte che entro nel salone, mi accoglie solare e franca, anche se è trafelata, e mi racconta dei suoi ragazzi, che hanno l’età delle mie figlie (più bravi e disciplinati delle mie? Sicuramente sì). Nel suo negozio si affollano, come accade nel quartiere stazione, persone di ogni tipo e di ogni età. Ma tutti siedono quietamente al loro posto, in attesa del loro turno, mentre lei si destreggia tra l’italiano e il cinese, impartendo ordini attorno a sé, con decisa eleganza.
Non ostenta gentilezza, perché probabilmente Confucio, il grande Maestro di storia e di vita, non amava l’ipocrisia: e nelle sue mani vi è quella cura che a volte noi occidentali dimentichiamo di darci a vicenda.
Esco con i capelli lucidissimi e neri, mentre i pensieri molesti sono caduti a terra insieme alla polvere che avevo negli occhi: quella che mi impediva di guardare oggi, grata, la bellezza delle cose semplici attorno a me.
