BOLLETTE / Da aprile luce più cara dell’8,1%. Elettricità e gas: nel 2026 una stangata di 15,2 miliardi

Non arrivano buone notizie sul fronte dei costi dell’energia. Nel secondo trimestre del 2026, quindi a partire da aprile, la bolletta elettrica per il ‘cliente tipo’ vulnerabile servito in Maggior Tutela aumenterà dell’8,1%. Secondo quanto comunica Arera l’aggiornamento riguarda solo i 3 milioni di clienti vulnerabili attualmente serviti in Maggior Tutela. Insorgono le associazioni dei consumatori che assistono da mesi al continuo aumento dei prezzi energetici.

L’incertezza sulla durata del conflitto in Medioriente ha causato un inaspettato innalzamento dei prezzi dei prodotti energetici sui mercati internazionali con una ricaduta diretta sulle bollette di energia elettrica, in cui l’aumento della spesa è solo parzialmente compensato da una riduzione del 2,2% del prezzo di dispacciamento.

La crisi energetica scaturita dalla guerra sta avendo quindi un impatto sulle bollette degli italiani. È questo quanto emerge da una stima dell’ufficio studi della Cgia di Mestre. Secondo l’associazione, ipotizzando consumi nel 2025 e nel 2026 in linea con quelli del  2024, i rincari energetici legati al conflitto in Medio Oriente potrebbero valere quest’anno 15,2 miliardi per famiglie e imprese italiane: 10,2 miliardi per l’energia elettrica e cinque per il gas.

Nel dettaglio secondo la Cgia le imprese sopporterebbero circa 9,8 miliardi di costi aggiuntivi, mentre le famiglie 5,4 miliardi. A un mese dall’inizio del conflitto, infatti, il prezzo del gas è salito di 26 euro per MWh (+81%), quello dell’elettricità di 41 euro per MWh (+38%). In ogni caso i livelli restano lontani – almeno per adesso – dai picchi del 2022, quando il gas toccò una media annua di 123,5 euro per MWh e l’elettricità 303 euro per MWh: oggi le quotazioni si attestano rispettivamente a circa 58 e 148 euro per MWh.

Secondo l’ufficio studi CGIA le regioni più colpite saranno quelle più popolose e produttive: la Lombardia registrerà l’aumento maggiore con 3,4 miliardi, seguita da Veneto ed Emilia-Romagna con circa 1,7 miliardi ciascuna, poi il Piemonte con 1,3 miliardi e Toscana e Lazio con circa un miliardo. Per quanto riguarda invece le imprese, quelle lombarde subiranno aumenti per quasi 2,3 miliardi, seguite da Emilia Romagna e Veneto con circa 1,1 miliardi ciascuna. Le famiglie lombarde pagheranno 1,1 miliardi in più, quelle venete 557 milioni, le emiliano romagnole 519 e le laziali 453.

A lanciare l’allarme sull’impatto dello shock energetico dovuto alla guerra all’Iran è anche la Cna, secondo cui per300mila piccole imprese che impiegano oltre 1,5 milioni di dipendenti “i costi energetici rischiano di andare fuori controllo. Sono quelle imprese dove la voce energia ha una elevata incidenza sui costi totali, dal 12 al 40%” con una stangata che rischia di arrivare a 30 miliardi di euro se la crisi si trascina fino a fine anno.

Anche secondo Davide Tabarelli di Nomisma Energia lo shock energetico creato dalla guerra in Iran peserà sulle tasche degli italiani: finora i costi stimati per famiglia tipo si aggirano intorno ai 600 euro l’anno. “Dal primo aprile partirà l’adeguamento delle tariffe dell’ex tutelato, ora solo vulnerabili, un indicatore comunque significativo per tutto il mercato elettrico. L’aumento sarà di circa 2,8 eurocent per kWh a 30,7, circa il 10% in più rispetto alla tariffa del primo trimestre 2026, con una spesa aggiuntiva per la famiglia tipo che consuma 2700 kWh, di 75 euro su base annua”, ha spiegato.

“Per le bollette del gas, che riflettono subito le variazioni del mercato internazionale, l’aggiustamento al rialzo é del 19%, 18 cent al metro cubo in più a 1,3 euro per metro cubo, variazione questa che vale per le bollette di marzo, dove, peraltro, sta facendo un po’ più freddo del solito”, ha spiegato ancora Tabarelli. “Per la famiglia tipo che consuma circa 1.400 metri cubi per anno la maggior spesa é di 285 euro su base annua che, aggiunta a quella dell’elettricità, comporta un maggiore esborso di 360 euro sempre su base annuale”.

BENZINA in calo dopo il taglio delle accise ma il diesel resta a livelli record, mettendo sotto pressione gli autotrasportatori e tutta la sua filiera. Da più parti si chiede, quindi, al governo un intervento mirato. Il prezzo medio della benzina alla pompa a 1,713 euro è «nettamente più basso rispetto alla media degli ultimi anni», sottolineano fonti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, spiegando che risulta inferiore alla media del 2025 (-2 cent), del 2024 (-10 cent), del 2023 (-15 cent) e del 2022 (-9 cent), anno in cui fu realizzato il taglio delle accise nella scorsa legislatura.

Nel frattempo il Garante per la sorveglianza dei prezzi del Mimit ha trasmesso alla Guardia di Finanza un nuovo elenco di distributori, pari al 2,7%, che invece di adeguare i listini al taglio delle accise, hanno aumentato i prezzi alla pompa. «Su questi impianti si concentrerà un’azione di controllo mirata», spiega il ministero di Via Veneto. Le associazioni dei consumatori fanno presente che oltre alla benzina resta il nodo gasolio, che impatta direttamente sull’autotrasporto, il 90% delle merci in Italia viaggia su gomma.

Il gasolio a 1,966 euro registra, rispetto alle medie annue, «il record di sempre», sottolinea Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. «Il diesel oggi costa, infatti, 31 centesimi in più rispetto al 2025, 25 cent in più del 2024, 17 cent in più rispetto al 2023, 15 cent in più del 2022, l’anno nero dell’invasione dell’Ucraina», illustra Dona. «Questi dati dimostrano che bisognava, in deroga, abbassare di 15 cent le accise sulla benzina, ora fin troppo conveniente e di 25 cent il gasolio, ancora troppo caro», spiega.

Per il Codacons l’aumento del prezzo industriale dei carburanti sta «mangiando» lo sconto sulle accise. A fronte di una riduzione della tassazione di 24,4 centesimi, il prezzo medio del gasolio «scende di soli 13,8 centesimi rispetto ai listini in vigore il 18 marzo scorso, prima del decreto sulle accise, determinando un mancato risparmio sul pieno di diesel da 5,3 euro», mentre per la benzina la riduzione dei listini medi rispetto al 18 marzo è «di 15,4 centesimi, con un mancato risparmio da 4,5 euro a pieno rispetto al taglio delle accise», calcola l’associazione.

La Cgia di Mestre ricorda che, da inizio anno, il prezzo del diesel è salito del 20,9% (+34 cent al litro), quello della benzina del 3%: «È chiaro che le misure nazionali da sole non bastano: servono anche interventi a livello Ue per permettere ai singoli Paesi di ridurre in modo stabile le tasse sui prodotti energetici senza mettere a rischio i conti pubblici», spiega.

 

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