MOSTRE DA NON PERDERE

Ferrara celebra i 50 anni dalla mostra “Ladies and Gentlemen” che Andy Warhol aveva presentato di persona in Italia. Palazzo dei Diamanti accoglierà nella stessa sede di allora i capolavori del padre della pop-art. Una riedizione della trasgressiva esposizione che aveva segnato un punto di svolta nella sua produzione e nell’arte del tempo.

Con Ladies and Gentlemen, infatti, Warhol aveva per la prima volta eletto a protagonisti del proprio lavoro anonime drag queen afro-americane e portoricane, piuttosto che icone della società dello spettacolo come Marilyn Monroe e Liz Taylor sulle quali si era concentrato fino a quel momento, spostando l’attenzione sull’individuo e sulla sua identità. Un’energia nuova emerge da quei ritratti vividi ed esuberanti, dando vita a una coloratissima galleria di effigi glam-queer che sembrano annunciare tendenze dell’estetica del terzo millennio.

La mostra Andy Warhol. Ladies and Gentlemen, ideata e organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, vanta il prestigioso sostegno dell’Andy Warhol Museum di Pittsburgh. Palazzo dei Diamanti torna ad accogliere alcune tra le creazioni più provocatorie del grande artista, in un’immersiva rievocazione dell’esposizione del 1975-76 a cui si accompagna un appassionante viaggio nell’universo della ritrattistica warholiana. La mostra propone, infatti, una eccezionale selezione di oltre 150 ritratti, tra acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid, provenienti da importanti musei e collezioni, europei e americani.

“La duplice ambizione – scrive Ferrara Arte – è quella di riscoprire la forza iconica di quelle immagini esplosive e, parallelamente, mettere alla prova la sorprendente attualità della ricerca di Warhol, che ha anticipato l’era della comunicazione globale e ha acceso i riflettori su temi tuttora aperti come la manipolazione estetica, l’identità di genere, il multiculturalismo, l’artificialità mediatica, la creazione e diffusione di un’identità sociale. A un’estesa narrazione dedicata alla serie Ladies and Gentlemen segue una selezione di alcuni dei ritratti e autoritratti più iconici prodotti tra gli anni Sessanta e gli Ottanta: dalla serie di Marilyn che codifica l’archetipo della star, alla parodia dell’iconografia ufficiale di Mao Tse-tung, dalle silhouette di Mick Jagger e Liza Minnelli, emblemi globali di una sensualità disinibita e teatrale, alle effigi fluide e smaterializzate di Robert Mapplethorpe e Grace Jones, che annunciano l’avvento delle immagini digitali, per culminare con una spettacolare sala di autoritratti con cui l’artista esplora i confini della sua stessa identità. Il percorso espositivo segue le tappe della radicale reinvenzione del ritratto tradizionale operata da Warhol prendendo a prestito i codici della comunicazione di massa, l’estetica tecnologica, gli idiomi del glam rock e della cultura camp, le immagini amatoriali scattate con la Polaroid, il linguaggio filmico e persino il reality televisivo. Il pubblico potrà immergersi nel processo creativo del genio warholiano, grazie a un esteso nucleo di dipinti ad acrilico, molti dei quali mai mostrati in Italia, e a una rassegna dei diversi media che l’artista ha sperimentato. Filmati e fotografie arricchiscono il racconto per far rivivere l’artista nelle sale di Palazzo dei Diamanti ma anche l’energia irripetibile della scena pop di cui Warhol ha incarnato il mito”.  Celebre la critica di Warhol al classicismo: “Il problema con i classicisti è che quando guardano un albero non vedono altro e disegnano un albero…”

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La mostra, curata da Chiara Varrasi, aprirà il 14 marzo a Palazzo dei Diamanti e chiuderà il 19 luglio 2026. Orari: aperta tutti i giorni (anche il 5-6-25 Aprile, 1° Maggio e 2 giugno) dalle 9.30 alle 19.30.

Biglietti (audioguida/radioguisa inclusa): Intero 16 euro, Ridotti e gruppi 14 euro, Family 11 euro, Speciale giovani 10 euro, Scuole 5 euro, Open/regalo 20 euro.

Biglietti online (non rimborsabili né modificabili), prevendita 1,5 euro: palazzodiamanti.it o vivaticket.com. Prenotazione gruppi 0532-244949.

L’OMAGGIO DI PARMA A BERTOLUCCI E AI 50 ANNI DI “NOVECENTO”

Cinquant’anni fa Bernardo Bertolucci portava sul grande schermo l’epopea dell’Italia rurale e politica. Oggi la sua città natale gli rende omaggio a Novecento con una mostra al Palazzo del Governatore, aperta fino al 26 luglio. Tra materiali inediti, tele di Guttuso e Fontana e i ricordi di Dominique Sanda, l’esposizione seziona la genesi di un’opera lunga 317 minuti che ha segnato la storia del cinema mondiale.

Parma festeggia un compleanno speciale: i cinquant’anni di Novecento. Il film di Bernardo Bertolucci, presentato a Cannes nel maggio del 1976, torna nella sua terra attraverso un’esposizione divisa in quattro sezioni che guidano il visitatore dai primi ciak alla consacrazione mondiale. Non è solo un percorso fotografico. Nelle sale si mescolano i fotogrammi e la pittura: le opere di Lucio Fontana, Mario Schifano e Renato Guttuso dialogano con la pellicola, restituendo il clima culturale di un’epoca che cercava risposte nelle campagne emiliane. “La mostra racconta un film mitico e lo fa cercando di entrare nel cuore e la mente del regista”, dice Valentina Ricciardelli, che guida la Fondazione Bernardo Bertolucci. L’obiettivo è togliere la polvere dal mito e guardare dentro gli ingranaggi di un’opera che racconta la vita di due uomini – uno nato padrone, l’altro servo – dal 1900 fino alla Liberazione del 25 aprile. A dare carne e ossa ai ricordi è arrivata Dominique Sanda. L’attrice francese, che nel film interpretava Ada, ha parlato a lungo durante una masterclass all’Ape Museo. “Novecento è un’opera d’arte ormai, è qualcosa che non si farà mai più”, ha tagliato corto. Il suo è il racconto di un’amicizia nata sul set, fatta di sguardi e di una crescita comune: “Con Bernardo avevamo un’amicizia di lavoro, avevamo fatto Il conformista, avevo 18 anni”. Poi il salto temporale, il cambiamento profondo dell’uomo dietro la cinepresa: “L’ho conosciuto bene quando aveva 28 anni e l’ho conosciuto ai tempi di Novecento che ne aveva ormai 40. Era un altro, cambiamo nella vita, l’evoluzione è forte”.

La mostra è aperta dal 27 marzo al 26 luglio 2026. Da Mercoledì Domenica: 10:00 – 19:00. Ultimo ingresso ore 18.  Lunedì e martedì chiuso.

BANKSY A PALAZZO FAVA DI BOLOGNA

È conosciuto in tutto il mondo per le sue opere, che appaiono quasi in modo misterioso sui muri nei luoghi più disparati. Per anni si è speculato su chi fosse il più celebre street artist del pianeta, fino a poco tempo fa ignoto al pubblico. L’identità di Banksy è da poco stata svelata, grazie a un’inchiesta dell’agenzia di stampa Reuters. Si tratterebbe di Robin Gunningham, nato a Bristol nel 1973. Al di là di chi sia veramente, il writer riscuote sempre grande successo. Tanto che Bologna lo celebra con una mostradal 27 marzo a Palazzo Fava, dal titolo “Banksy Archive 01 – The School of Bristol 1983–2005”, che riparte dalle origini dell’autore di opere celebri come “Girl with baloon” e “Love is in the air”. L’esposizione sarà un’occasione, inoltre, per riscoprire le radici dell’artista con uno sguardo diverso rispetto al passato. Non è un mistero, infatti, che la “scuola di Bristol” sia stata molto influente nella formazione di Robin Gunningham.

La rassegna, curata da Stefano Antonelli e Gianluca Marziani, riunisce oltre 300 opere, documenti originali e materiali d’archivio per ricostruire e capire la corrente artistica che negli anni Novanta ha influenzato il più famoso graffitaro del mondo. La mostra sarà visitabile (escluso il lunedì) a partire da domani, 27 marzo. La chiusura è prevista per il 2 agosto. Il biglietto d’ingresso costa 15 euro.

ERTE’ E L’ART DECO’ 

Per la primavera 2026 il Labirinto della Masone presenta la mostra Erté. Lo stile è tutto, a cura di Valerio Terraroli e organizzata da Elisa Rizzardi, che dal 28 marzo al 28 giugno 2026 farà conoscere al grande pubblico la figura di Erté, uno dei massimi esponenti dell’Art Déco nel mondo. L’esposizione intende offrire un’ampia rilettura dell’opera di Erté, restituendone la complessità e la modernità e proponendo un’attenta selezione della vasta produzione dell’artista, con particolare attenzione alle opere realizzate tra gli anni Dieci, Venti e Trenta, considerato il periodo più originale e fortunato della sua lunga attività.

Roman Petrovič Tyrtov nasce a San Pietroburgo nel 1892 e nel 1912 si trasferisce giovanissimo a Parigi per inseguire le sue passioni artistiche; qui naturalizza il proprio nome in Romain de Tirtoff, da cui nascerà lo pseudonimo che lo renderà celebre, Erté, dalla pronuncia alla francese delle iniziali del suo nome.

Tra il 1913 e il 1914 lavora dal couturier Paul Poiret; nel 1915 avvia una lunga e fortunata collaborazione con la rivista di moda Harper’s Bazaar, per la quale disegna circa duecento copertine fino al 1937, un lavoro che gli permise di entrare in contatto con il mondo dello spettacolo e dello star system dell’epoca, realizzando scenografie e costumi di scena per figure leggendarie come Mata Hari, Marion Davies e Mistinguett e per gli spettacoli del teatro Folies Bergère. Tra gli anni ’20 e ’30 le sue illustrazioni sono pubblicate anche su testate come London News, Cosmopolitan e Vogue oltre che su riviste musicali; nel 1922 sbarca a New York collaborando per anni con il produttore teatrale George White e nel 1925 arriva a Hollywood dove realizza scene e costumi per vari film muti. Nella sua lunga carriera Erté fu un artista poliedrico, stilista, scenografo e ideatore di costumi teatrali, ma anche creatore di gioielli e illustratore per le più importanti riviste internazionali di moda nella Parigi degli anni Dieci e Venti. Erté seppe sintetizzare in un lessico elegantissimo e inconfondibile gli elementi stilistici e decorativi più caratterizzanti della modernità tra le due guerre, diventandone uno degli interpreti più raffinati, ed è ad oggi considerato una delle figure emblematiche del gusto Art Déco, le cui opere si trovano in numerosi musei, dal Metropolitan Museum of Art di New York al LACMA di Los Angeles al Victoria and Albert Museum di Londra.

Erté. Lo stile è tutto a cura di Valerio Terraroli e organizzata da Elisa Rizzardi dal 28 marzo al 28 giugno 2026. Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci. Strada Masone 121, Fontanellato (PR). Info: 0521 827081 labirinto@francomariaricci.com

LE ALTRE MOSTRE

A VENEZIA, CA’ PESARO: MOSTRA DI JENNY SAVILLE. Nell’anno di Biennale Arte la Galleria Internazionale di Ca’ Pesaro torna alle voci contemporanee con una straordinaria mostra di una delle pittrici più importanti del nostro tempo: Mostra di Jenny Saville. Si tratta della prima ampia esposizione dell’opera di Saville a Venezia e intende documentarne lo sviluppo ripercorrendone la carriera dagli esordi negli anni Novanta fino ai giorni nostri. La mostra presenta il suo lavoro attraverso oltre trenta dipinti e disegni, tra cui molti capolavori che hanno segnato la sua produzione negli ultimi decenni. La pratica di Saville è profondamente radicata nella storia della pittura. A Ca’ Pesaro le sue tele monumentali dialogano con i grandi pittori del passato presenti a Venezia, creando un incontro unico tra la pittura contemporanea e il patrimonio artistico della città. Il rapporto di Saville con i maestri del passato, in particolare con gli italiani, si concentra sui forti legami che l’artista ha avuto e continua a mantenere con la scuola pittorica veneziana. L’ultima sala della mostra presenta un ciclo inedito di dipinti creati dall’artista in omaggio alla città lagunare per Ca’ Pesaro. L’esposizione diventa così sublime celebrazione della forza e della potenza dell’amore e della devozione di Saville per la pittura, e allo stesso tempo un intimo e grandioso omaggio alla storia di Venezia, confermando il ruolo della città di centro vivo di innovazione culturale.

CHI E’. Nata nel 1970 a Cambridge, Saville ha frequentato la Glasgow School of Art dal 1988 al 1992, trascorrendo un semestre all’Università di Cincinnati nel 1991. I suoi dipinti figurativi si sono evoluti fino a includere i dibattiti contemporanei sul corpo con tutte le loro implicazioni sociali e i tabù. È stato proprio durante questo viaggio in America che ha scoperto il lavoro di pittori newyorkesi come Willem de Kooning e Cy Twombly. Parallelamente al suo dialogo con i grandi maestri, con la scultura antica e la pittura figurativa europea moderna, ha iniziato a interessarsi ai fondamenti della pittura esplorati dai pittori astratti. Appartenente alla generazione di pittori e scultori che si distinsero nel Regno Unito tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, spesso definiti Young British Artists (YBA), Saville ha dato nuova linfa alla figurazione contemporanea riavvicinandosi alla sensualità della pittura a olio e al suo potenziale, sollevando interrogativi sulla percezione del corpo da parte della società.

La mostra è visitabile dal 28 marzo al 22 novembre 2026, con l’orario e il biglietto del Museo.

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ROVIGO, Palazzo Roverella fino al 28 giugno 2026 mostra “Zandomeneghi e Degas – L’impressionismo tra Firenze e Parigi”.

In Francia lo chiamavano Zando’ – scrivono Luca Colombo e Paolo Colombatti – Quando vi arrivò, trentatreenne, nel giugno 1874, Federico Zandomeneghi (a lato La bambina dai capelli rossi – Collezione privata Milano) non immaginava che vi sarebbe rimasto. La sua Venezia, l’Italia, gli andavano strette. A Parigi correva la frontiera della modernità: erano passate un paio di settimane dalla prima collettiva di pittura definita con disdegno impressionista. Unico autore italiano, De Nittis. Zando’ decise di “stare dalla parte di Edgar Degas”. Radici napoletane, aveva presentato lui quel connazionale garibaldino alla congrega ribelle. A Rovigo, Palazzo Roverella li racconta insieme nella loro concorrenziale confidenza. Tutti e due preferivano dirsi “pittori della realtà”: precaria, struggente. Tutti e due hanno attinto alla novità dei macchiaioli toscani.

Non ci sarebbe stata Parigi senza Firenze. Degas l’ha dipinto lì questo interno familiare. Rovigo accosta le ballerine di Degas, i poveri sovversivi di Zando’, la sua versione smemorata di un caffè (a lato, Edgar degas Dans un cafè – 1876 – Parigi, Museo d’Orsay) e quella malinconica dell’amico. Zando’ le vénitien, lo punzecchiava Degas, perché Zandomeneghi abbracciò sì l’impressionismo, ma con dentro la luce di Bellini e le tenebre del Tintoretto. Escono di scena nel 1917, Degas per primo. Infuria la Grande Guerra e Zando’ rotola sul tavolo un drappello di mele fiammeggianti”. Il percorso espositivo accompagna i visitatori dalle prime esperienze italiane dei due artisti alla stagione parigina dell’Impressionismo, mettendo in luce affinità, influenze e differenze tra le loro opere. Dalla Firenze dei Macchiaioli alla vivace atmosfera dei caffè e degli atelier parigini, dipinti, disegni e sculture raccontano una stagione artistica straordinaria, segnata da scambi culturali e sperimentazioni che avrebbero cambiato per sempre la pittura europea.

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FORLI’, Museo civico San Domenico, fino al 28 giugno 2026 “Barocco, il Gran Teatro delle Idee”

La mostra forlivese offre una visione d’insieme della cultura barocca: dal dibattito delle idee che la generarono, ai protagonisti che le diedero forma, fino al ruolo determinante delle committenze e alla rappresentazione del potere che ne influenzò lo sviluppo. Se Roma è al centro e all’avvio di questa mirabile stagione, con la sua diffusione e il cambiamento del quadro politico internazionale, soprattutto nella seconda metà del Seicento, i suoi esiti e il suo influsso caratterizzeranno il linguaggio e la cultura delle nuove corti europee. Per comprenderne appieno la genesi è necessario partire da confronti che vanno dalle rappresentazioni in epoca ellenistica alla spazialità inquieta del tardo manierismo, fino al realismo estremo di Caravaggio permeato da un’atmosfera interiore che prelude ai “sensi della mistica”.

Infine, nel corso del Novecento, una rinnovata attenzione critica e storica segnerà la fine della tradizionale lettura negativa del Barocco, rivalutandolo come momento di straordinaria complessità culturale e formale. Fino al 28 giugno la mostra  porterà nelle sale del Museo Civico San Domenico oltre 200 opere, grazie anche alla collaborazione delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma – Palazzo Barberini e Galleria Corsini.

Da lunedì a venerdì: 9.30-19.00. Sabato, domenica, giorni festivi: 9.30-20.00 Forlì, Museo Civico San Domenico
Piazza Guido da Montefeltro Tel. Tel. 0543.36217 Call center: mostraforli@civita.art www.mostremuseisandomenico.it dal lunedì al sabato: 9.30-17.30. Chiuso domenica e festivi. Biglietti: Intero 14 euro, ridotto 12 euro, bambini 5 euro.

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