“Commemorando Marcinelle e rendendo un tributo a coloro che vi perirono – come in altri luttuosi episodi nella storia dell’emigrazione italiana – siamo invitati a riflettere sul prezzo umano che venne pagato e ad agire, affinché simili sciagure non abbiano a ripetersi e la gestione dei flussi migratori obbedisca a criteri di rispetto della dignità delle persone“. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lo dice in un messaggio inviato in occasione del 70mo anniversario della tragedia di Marcinelle e della 25ma Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo. “Ai famigliari delle duecentosessantadue vittime, delle quali centotrentasei italiani, che morirono al Bois du Cazier l’8 agosto del 1956, a quelli di tutti i morti sul lavoro in ogni altra circostanza e luogo del mondo, rinnovo i sentimenti di cordoglio e di partecipe vicinanza della Repubblica”, aggiunge il Presidente della Repubblica.
“Nel ricordo dei tragici fatti di Marcinelle l’Italia si unisce nel fare memoria dei lavoratori nostri concittadini che, assieme ai loro colleghi di altre undici diverse nazionalità, persero la vita nelle viscere del Bois du Cazier. In questa giornata, dedicata dalla Repubblica al sacrificio del lavoro italiano nel mondo, onoriamo gli emigrati che, con il loro lavoro, hanno contribuito al progresso del Paese e alla crescita delle comunità nelle quali sono stati accolti e hanno operato“, dice Mattarella. “Le vittime di Marcinelle sono parte dell’identità collettiva del nostro Paese. Esse hanno acquisito profonda valenza simbolica per tutta l’Europa, connotando il processo di integrazione comunitaria. La Commissione, su iniziativa del Parlamento europeo e degli Stati Membri, ha deciso, infatti, di proporre l’8 agosto come Giornata europea in memoria delle vittime degli incidenti sul lavoro”, prosegue il Capo dello Stato. “Il diritto al lavoro, l’esigenza di tutelarne ovunque e per chiunque la sicurezza – cardine della nostra Costituzione – esprime oggi un principio fondante che accomuna l’intera casa europea, nella quale protezione dei lavoratori e contrasto di ogni forma di sfruttamento sono divenuti patrimonio condiviso”, aggiunge il Presidente della Repubblica.
CHE COSA AVVENNE NELLA MINIERA DI MARCINELLE
Il disastro di Marcinelle avvenne la mattina dell’8 agosto 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio. Si trattò d’un incendio, causato dalla combustione d’olio ad alta pressione innescata da una scintilla elettrica. L’incendio, sviluppandosi nel condotto d’entrata d’aria principale, riempì di fumo tutto l’impianto sotterraneo, provocando la morte di 262 persone delle 275 presenti, di cui 136 immigrati italiani, in gran parte abruzzesi e molisani. L’incidente è il terzo per numero di vittime tra gli immigrati italiani all’estero dopo i disastri di Monongah e di Dawson. Il sito Bois du Cazier, oramai dismesso, fa parte dei patrimoni storici dell’Unesco
La drammatica giornata di Marcinelle nel rapporto finale dell’inchiesta
Al le 7:56 dell’8 agosto Antonio I., addetto alle manovre del livello 975 m, una volta caricato l’ultimo carrello pieno, dà il via alla risalita. Poi lascia il suo posto di lavoro e va alla ricerca di altri carrelli pieni; il suo aiutante Vaussort rimane sul posto.
Verso le 8:00 Mauroy, addetto alle manovre in superficie, telefona a Vaussort poiché ha bisogno dell’ascensore per il piano 765 m. Mauroy e Vaussort prendono un accordo previsto dai protocolli di lavoro, ma che in seguito risulterà fatale. L’accordo è il seguente: per due viaggi l’ascensore sarà “libero”. Questo permette a Mauroy di fare partire l’ascensore senza il via libera del piano 975 m, ma questa decisione implica che il piano 975, per due volte, non potrà più caricare l’ascensore. Dopo essersi accordato, a sua volta Vaussort parte alla ricerca di vagoncini pieni; secondo le registrazioni del “Rockel” sono le 8:01 e 40 secondi.
Alle 8:05 uno dei due ascensori (d’ora in poi indicato con A) arriva al piano 765 m per essere caricato. L’altro (B) si ritrova nel pozzo verso 350 m.
Alle 8:07 l’ascensore A è carico e risale in superficie, mentre B ridiscende a 975 m. Durante questa movimentazione Antonio I. è ritornato al suo posto di lavoro.
Qui vi sono due versioni divergenti: secondo Antonio I., lui avrebbe chiesto al suo aiutante Vaussort se poteva caricare, ricevendone una risposta affermativa; secondo Mauroy, Vaussort era ancora assente e quindi non avrebbe potuto autorizzare Antonio I. a caricare e neppure avvertirlo che quell’ascensore gli era vietato. Nessuna delle due versioni è totalmente soddisfacente; Vaussort morirà nella sciagura e non potrà quindi testimoniare e confermare una delle due versioni o fornirne una sua terza.
Alle 8:10 l’ascensore A arriva in superficie, mentre B arriva al livello 975. Incurante (o ignaro) del fatto che quell’ascensore gli fosse vietato, Antonio I. comincia a caricare i vagoncini pieni, arrivati dai cantieri durante la sua assenza. Ma la manovra non riesce: il sistema che blocca il carrello durante la risalita dell’ascensore s’inceppa. Questo sistema avrebbe dovuto ritirarsi un breve istante per lasciare uscire totalmente il vagoncino vuoto. Ma ciò non accade ed i due vagoncini si ritrovano bloccati e sporgenti dal compartimento dell’ascensore. Il vagoncino vuoto sporge di 35 cm, mentre quello pieno sporge di 80 cm. Per Antonio I. la situazione è fastidiosa, ma non pericolosa: è sicuro che l’ascensore non partirà senza il suo segnale di partenza. In superficie Mauroy ignora totalmente la situazione verificatasi al piano 975 m. Mauroy è nel protocollo di lavoro «ascensore libero» e farà partire l’ascensore allorché avrà finito di scaricare i vagoncini risaliti dal piano 765 m.
Alle 8:11 Mauroy ha finito di scaricare l’ascensore A e dà il via alla partenza, il che immancabilmente provoca anche la partenza dell’ascensore B. Al piano 975 m Antonio I. vede l’ascensore B risalire bruscamente. Nella risalita l’ascensore, con i due vagoncini sporgenti, sbatte in una putrella del sistema di invio. A sua volta questa putrella trancia una condotta d’olio a 6 kg/cm² di pressione, i fili telefonici e due cavi in tensione (525 Volt), oltre alle condotte dell’aria compressa che servivano per gli strumenti di lavoro usati in fondo alla miniera: tutti questi eventi insieme provocano un imponente incendio. Essendo questo avvenuto nel pozzo di entrata dell’aria, il suo fumo raggiunge ben presto ogni angolo della miniera, causando la morte dei minatori. In quanto al fuoco, la sua presenza si limitò ai due pozzi e dintorni, ma il suo ruolo fu determinante perché tagliò ogni via d’accesso nelle prime ore cruciali, fra le 9 e le 12. L’incendio non scese sotto il piano 975 m, mentre divampò nei pozzi fino al piano 715 m. A questo piano Bohen, prima di morire, annotò nel suo taccuino “je reviens de l’enfer” (ritorno dall’inferno).
L’allarme venne dato alle 8:25 da Antonio I., il primo risalito in superficie tramite il secondo pozzo, anche se già alle 8:10, in superficie, si era capito che qualcosa di gravissimo era accaduto, poiché il motore dell’ascensore (1250 CV) si era fermato e il telefono non funzionava più (il responsabile Gilson era corso ad avvertire l’ingegnere Calicis che probabilmente erano di fronte a un cassage de fosse, cioè a una “rottura nel pozzo”, un deragliamento). Calicis ordinò al suo aiutante Votquenne di scendere nella miniera per informarsi.
Verso le 8:25 Votquenne è pronto a scendere, ma il freno d’emergenza è bloccato per mancanza di pressione d’aria. Ciò era dovuto alla rottura della condotta in fondo al pozzo, che aveva svuotato il serbatoio in superficie. Votquenne ordina la chiusura della condotta d’aria che scende nel pozzo: ci vorranno più di 10 minuti per ristabilire una pressione sufficiente. Votquenne e Matton scendono senza equipaggiamento, arrivano sotto 835 metri, ma devono rinunciare a causa del fumo. Nel frattempo 6 minatori superstiti arrivano in superficie mentre Stroom scende nella miniera.
Alle 8:35 Calicis telefona alla centrale di soccorso chiedendo di tenersi pronti e precisa che richiamerà in caso di bisogno.
Alle 8:48 Calicis chiede l’intervento della centrale di soccorso distante 1,5 km dalla miniera. I soccorritori impiegheranno 10 minuti per arrivare.
Alle 8:57 la prima squadra di soccorritori arriva sul posto. Votquenne e uno dei soccorritori equipaggiati con i respiratori Dräger fanno un secondo tentativo. Arrivano a 1035 metri, ma non riescono ad uscire dall’ascensore, in quanto i suoi occupanti erano montati nel terzo compartimento dell’ascensore fermo a 3,5 m più in alto del livello di uscita. Odono dei lamenti, ma l’addetto alle manovre non risponde più alle loro chiamate,[N 5] probabilmente già incosciente. In superficie, Gilson decide di far risalire l’ascensore. Risalendo, a livello 975, Votquenne vede già le fiamme che hanno raggiunto l’ultima delle tre porte di sbarramento fra i due pozzi.
Verso le 9:10 il pozzo di estrazione dell’aria era a sua volta inutilizzabile, raggiunto dall’incendio. I cavi degli ascensori di questo pozzo cedettero a poco a poco. Il primo si spezzò verso le 9:30, il secondo cavo si spezzò verso le 10:15.
Verso le 9:30 due persone tentarono, senza equipaggiamento, di farsi strada attraverso un tunnel laterale comunicante col pozzo in costruzione al livello 765 m. Il tentativo risultò vano. Il passo d’uomo venne allargato solo quattro ore e mezza più tardi e ciò permise di scoprire i primi cadaveri (Il primo cadavere era in realtà un cavallo, trovato da Arsene Renders, ingegnere della società Foraky, che dichiarò che “era un brutto presagio”). D’altro lato fu anche verso le 9:30 che si decise di fermare la ventilazione.
Alle 10:00 Calicis decide di separare i due cavi del pozzo numero I. Questo permetterà di servirsi dell’ascensore rimasto bloccato in superficie. Questo lavoro lungo e delicato sarà finito poco prima di mezzogiorno.
Alle 12:00 3 uomini, Calicis, Galvan e un soccorritore, scendono fino a 170 m, ma un tappo di vapore impedisce loro di continuare.
Alle 13:15 Gonet, il caposquadra del piano 1035, lascia un messaggio su una trave di legno. «On recule pour la fumée vers 4 paumes. On est environ à 50. Il est 1h 1/4. Gonet» (“Indietreggiamo per il fumo verso 4 palmi. Siamo a circa 50. È l’una e un quarto. Gonet”). Questo messaggio sarà ritrovato dai soccorritori il 23 agosto.
Verso le 14:00 si decide di rimettere la ventilazione in marcia.
Verso le 15:00 una spedizione scende attraverso il primo pozzo e scopre tre sopravvissuti. Gli ultimi tre furono scoperti più tardi, da un’altra spedizione.
Il 22 agosto, alle 3 di notte, dopo la risalita, uno di coloro che da due settimane tentavano il salvataggio dichiarò in italiano: «tutti cadaveri». Persero la vita 262 uomini, di cui 136 italiani e 95 belgi. Solo 13 minatori sopravvissero.






