“La Repubblica avverte il dovere di ricordare gli innocenti – donne, anziani, bambini – uccisi senza alcuna pietà a Sant’Anna e nelle frazioni di Stazzema, oltraggiando e bruciando i loro corpi, calpestando ogni sentimento di umanità. In questo sacrario civile, come in altri luoghi di dolore, si trovano le radici della Repubblica”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. “La mattina del 12 agosto 1944, i reparti delle SS, con la complicità dei fascisti, diedero inizio alla strage. Un simbolo dell’abisso in cui le guerre possono precipitare, cancellando la dignità dell’uomo, facendo prevalere l’orrore dell’annientamento. La comunità di Stazzema, dopo il dolore, è stata capace di ritrovare fiducia, con l’Italia e l’Europa che hanno riscattato con la pace, la libertà, la democrazia, con i diritti eguali e universali, con la progressiva integrazione, quanto di più terribile la storia aveva prodotto”, ha aggiunto il capo dello Stato.

LE STRAGI DI INNOCENTI

Sant’Anna di Stazzema,  piccolo borgo tra i monti dell’Alta Versilia (Toscana). Reparti della sedicesima Divisione SS (“Reichsführer-SS”), guidati dal capitano Anton Galler, affiancati e guidati sul posto da collaborazionisti fascisti italiani, trucidarono 560 civili, tra cui oltre 100 bambini (la vittima più giovane, Anna Pardini, aveva solo 20 giorni). La mattina del 12 agosto 1944, le truppe naziste accerchiarono il paese. Sant’Anna era considerata zona bianca e vi si erano rifugiati centinaia di sfollati credendola sicura. Gli uomini del paese si nascosero nei boschi per evitare il rastrellamento, pensando che le SS non avrebbero fatto del male a donne e bambini. Le SS, invece, radunarono gli abitanti nelle piazze e nelle stalle, spinto la popolazione nella piazza della chiesa e aprendo il fuoco con mitra e bombe a mano, per poi dare fuoco ai corpi e alle abitazioni con la benzina  Non fu una rappresaglia per un attacco partigiano, bensì un’operazione pianificata di “terra bruciata” e di terrore preventivo per spezzare il legame tra la popolazione locale e la Resistenza.

La strage di Marzabotto / Monte Sole (29 settembre – 5 ottobre 1944) nell’Appennino bolognese (nei territori comunali di Marzabotto, Monzuno e Grizzana Morandi). La stessa 16ª Divisione SS, guidata dal maggiore Walter Reder, insieme a reparti della Wehrmacht e alleati fascisti, fecero 770 morti accertati (tra cui più di 200 bambini, 316 donne e 5 sacerdoti). È la strage di civili più imponente compiuta dai nazisti nell’Europa occidentale. Tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, le truppe tedesche avviarono un imponente rastrellamento per annientare la brigata partigiana “Stella Rossa” operante nell’area di Monte Sole. L’operazione militare si trasformò in un sistematico sterminio della popolazione civile residente nei casolari e nelle frazioni dell’altopiano. Le SS massacrarono le famiglie riunite nelle case, nei casolari, nelle chiesette di campagna (come a Casaglia, dove l’uccisione avvenne all’interno e nei pressi del cimitero) e perfino nei rifugi antiaerei, distruggendo sistematicamente ogni edificio.
Entrambi gli eventi non furono “eccessi” improvvisati, ma l’applicazione sistematica della dottrina della guerra ai civili adottata dal comando tedesco nell’Italia occupata. Entrambi i luoghi sono oggi parchi nazionali della pace e simboli primari della memoria della Resistenza e della Costituzione italiana.

L’Armadio della Vergogna

Era l’armadio in legno ritrovato a Roma nel palazzo Cesi-Gaddi (sede della Procura Generale Militare). Al suo interno erano stati nascosti per decenni centinaia di fascicoli relativi ai più spietati crimini di guerra e stragi compiute dai nazifascisti in Italia tra il 1943 e il 1945. Nel 1994, durante le indagini su Erich Priebke (uno dei responsabili dell’eccidio delle Fosse Ardeatine), il magistrato militare Antonino Intelisano rinvenne casualmente l’armadio.

L’armadio era posizionato in un ripostiglio, sistemato con le ante rivolte verso il muro e chiuso a chiave, quasi a voler garantire che nessuno vi potesse accedere. I documenti: Conteneva 695 fascicoli d’inchiesta (oltre a un registro generale con circa 2.200 notizie di reato). Vi erano documentate le peggiori stragi nazifasciste avvenute in Italia, tra cui Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, la strage del Duomo di San Miniato, le Fosse Ardeatine, la strage di Cefalonia e molte altre.

I fascicoli, raccolti nell’immediato dopoguerra dal Comando Alleato e trasmessi alla magistratura militare italiana per avviare i processi, vennero scelleratamente archiviati in modo provvisorio e “provvisoriamente” dimenticati per oltre quarant’anni. Le ragioni principali di questo insabbiamento furono geostrategiche e politiche:

La Guerra Fredda e la NATO. Con l’inizio della Guerra Fredda (fine anni ’40), la Repubblica Federale Tedesca (Germania Ovest) divenne un alleato chiave del blocco occidentale e della NATO in funzione anti-sovietica. Processare centinaia di ufficiali e soldati tedeschi avrebbe incrinato i rapporti diplomatici con il nuovo alleato tedesco.

La “mancata Norimberga italiana”. L’Italia stessa temeva che, chiedendo con insistenza l’estradizione dei criminali di guerra tedeschi, gli altri Paesi (come la Grecia o la Jugoslavia) avrebbero preteso la consegna dei criminali di guerra italiani per i crimini compiuti nei Balcani e in Africa durante il regime fascista.

L’insabbiamento dell’Armadio della Vergogna ha privato per decenni le vittime e i loro familiari del diritto alla giustizia e alla verità storica, garantendo l’impunità a centinaia di responsabili di massacri, molti dei quali nel frattempo erano morti o non più perseguibili per raggiunti limiti di età. Dopo la scoperta del 1994, i fascicoli vennero smistati alle Procure Militari competenti (La Spezia, Verona, Roma, Padova). Tra la fine degli anni ’90 e gli anni 2010 sono stati celebrati numerosi processi che hanno portato a diverse condanne all’ergastolo (spesso in contumacia) per gli ex ufficiali SS e della Wehrmacht ancora in vita, compresi i responsabili delle stragi di Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto. Nel 2003 è stata istituita una Commissione Parlamentare d’Inchiesta per far luce sulle responsabilità politiche e giudiziarie che avevano portato all’anomalo occultamento dei fascicoli per quasi mezzo secolo.

 

 

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