MATURITA’ / Le tracce d’italiano: Pavese, Brancati, Saragat, Bianucci, Furedi, Husmann e Calabresi

Diffusi i titoli dei temi della prima prova scritta di italiano all’esame di Maturità che ha avuto inizio stamani.  Questi gli autori e i brani scelti quest’anno nelle 7 tracce divise per tre tipologie (tipologia A, analisi del testo; tipologia B, testo argomentativo e tipologia C, il tema di attualità).

Tracce tipologia A, analisi del testo: Tipologia A1, poesia – Cesare Pavese “Passerò per piazza di Spagna”. Tipologia A2, prosa – Vitaliano Brancati “I piaceri”.

Tracce tipologia B, testo argomentativo: Tipologia B1 – Discorso di Saragat e Assemblea costituente, Tipologia B2 – Piero Bianucci,  brano tratto da “Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire”, che stimola delle riflessioni su storie di creatività scientifica. Tipologia B3 – Frank Furedi, brano tratto da “I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere”.

Tracce tipologia C, il tema di attualità. Tipologia C1 – Husmann, articolo “Funziona a meraviglia”. Tipologia C2 – Calabresi, brano tratto da “Alzarsi all’alba”, storie di persone che abbracciano la fatica come cifra essenziale dell’esistenza.

Cesare Pavese

Passerò per Piazza di Spagna è una delle sue liriche più intense e toccanti, scritta il 28 marzo 1950 e contenuta nella raccolta “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” (Einaudi ed.). E’ un omaggio a Roma, ma soprattutto una dedica all’attrice statunitense Constance Dowling (con Pavese nella foto), tormentato amore degli ultimi mesi di vita del poeta. La “lei” evocata nei versi è la figura luminosa e irraggiungibile che Pavese attende, in un momento in cui la sua vita stava scivolando verso il tragico epilogo dell’agosto 1950. Il poeta immagina una mattinata romana, cristallina e luminosa. La città non fa solo da sfondo, ma partecipa al tumulto interiore dell’attesa: «Il tumulto delle strade / sarà il tumulto del cuore». Il testo gioca costantemente sul contrasto tra la durezza della materia («pietra», «scale») e la fluidità della vita e dei sentimenti («acqua», «luce»). La chiusura («Sarai tu – ferma e chiara») è uno dei momenti più famosi della poesia del Novecento: la donna amata diventa un’apparizione che placa il caos, un punto di riferimento assoluto che salva il poeta dal senso di smarrimento. Sulla raccolta postuma “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” si può affermare che, proprio per il suo legame tra paesaggio urbano e fragilità esistenziale, si presta a essere accostata alle riflessioni sul valore della memoria e dell’osservazione.

Vitaliano Brancati

Scrittore siciliano nato a Pachino, è stato uno dei più lucidi e corrosivi intellettuali italiani del Novecento, capace di indagare con ironia tagliente le contraddizioni, le ipocrisie e i conformismi della società italiana. Oltre alla narrativa, fu un prolifico giornalista, sceneggiatore e drammaturgo. Collaborò con figure di spicco come Leo Longanesi su Omnibus e scrisse per testate come il Corriere della Sera, dove tenne il suo celebre Diario. La sua commedia La Governante fu al centro di un noto caso di censura. In gioventù aderì al Partito Nazionale Fascista (1924) e scrisse opere di ispirazione dannunziana e fascista (come Fedor e Piave). Tuttavia, a partire dagli anni Trenta, maturò una profonda crisi interiore e un progressivo distacco ideologico, che lo portò a evolvere verso un convinto antifascismo.

La sua satira non colpisce solo il regime, ma scava nei vizi del “carattere nazionale”, con particolare attenzione alla borghesia e alla mentalità siciliana. Nei suoi due romanzi, Il bell’Antonio e Don Giovanni in Sicilia, affronta il tema del gallismo, vale a dire il mito della virilità maschile che spesso nasconde impotenza e fragilità. Fu un feroce e anticonformista critico delle ideologie, fascismo compreso, che penetrano nella quotidianità e nei comportamenti sociali.  Nel 1946 sposò l’attrice Anna Proclemer, da cui ebbe la figlia Antonia. Morì a Torino nel 1954, a soli 47 anni, in seguito a un’operazione chirurgica. Nel “Diario romano” Brancati scrisse: “come porre sullo stesso piano la teoria del razzismo e quella della fraternità umana? Non sono due modi opposti di considerare l’umanità, ma DUE GRADI DI UMANITA’, uno vicino alla bestia, l’altro infinitamente più avanzato.

Giuseppe Saragat

La traccia proposta dal ministero fa riferimento al discorso di insediamento come Presidente dell’Assemblea Costituente, pronunciato il 26 giugno 1946, uno dei testi fondamentali della nostra storia repubblicana. Saragat si rifiuta di considerare la democrazia come un mero apparato di regole procedurali. La democrazia è innanzitutto un problema di rapporti tra esseri umani. Egli esorta l’Assemblea a fare in modo che il “volto della Repubblica” sia un “volto umano”. Questo significava porre la dignità della persona al centro di ogni scelta politica, in contrapposizione netta con le derive totalitarie dell’epoca (sia quella fascista appena conclusa, sia il rischio delle derive illiberali a sinistra). Saragat ricorda ai deputati — eletti per la prima volta a suffragio universale maschile e femminile — che la vittoria della Repubblica nel referendum del 2 giugno 1946 non è solo un atto formale, ma un “patto solenne” di rispetto della legalità democratica. Il suo è un richiamo costante alla responsabilità: i Costituenti non devono solo scrivere una legge fondamentale, ma devono essere essi stessi, nel loro agire quotidiano in Aula, un modello di “concorde e costruttiva opera democratica”.

Non manca un omaggio toccante alle vittime della dittatura e della guerra. Il discorso è permeato dalla consapevolezza di un Paese stremato, che deve ricostruirsi sulle macerie. Saragat spinge affinché l’Italia non si limiti a “guarire” dal passato, ma si proietti verso un avvenire in cui libertà politica e giustizia sociale siano indissolubilmente legate. Il futuro presidente della Repubblica già da allora cercava di coniugare il rigore intellettuale (spesso legato alla sua cultura socialista-liberale) con una profonda etica del dovere. (Il discorso è reperibile negli Archivi Storici della Camera dei Deputati)

Piero Bianucci

Figura importante del giornalismo divulgativo scientifico, ha diretto per 25 anni il supplemento Tuttoscienze della Stampa e nel 2007 ha pubblicato il libro “Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire” (Zanichelli ed.). Bianucci condensa la sua lunga esperienza nel campo della comunicazione scientifica, offrendo una sorta di “manuale” o guida pratica per chiunque debba trasmettere concetti complessi — in particolare quelli scientifici — a un pubblico non specializzato.

Alcuni punti chiave. Accessibilità senza banalizzazione: la sua filosofia, che ha guidato tutta la sua carriera, è quella di rendere accessibili temi ostici (come fisica, astronomia o tecnologia) senza perdere il rigore informativo. La scrittura come mestiere: Il libro analizza non solo “cosa” scrivere, ma “come” farlo, con consigli su struttura, ritmo, uso delle metafore e gestione delle fonti. Esperienza sul campo: il testo nasce dalla sua attività di redattore e mentore, riflettendo la necessità di colmare il divario che spesso separa il mondo degli esperti da quello dei lettori.

Frank Furedi

Sociologo e professore emerito dell’università inglese del Kent, è una figura nota nel dibattito contemporaneo per le sue posizioni critiche verso il clima di paura e contro l’eccesso della sorveglianza sociale. A differenza di coloro che ritengono l’abbattimento dei confini – nazionali, culturali e sociali – come un traguardo progressista, Furedi sostiene che i confini, intesi come limiti, siano strumenti necessari per la definizione dell’identità, per la stabilità della democrazia e per la protezione della sfera privata. A suo dire l’indebolimento dei confini porta a una sorta di “svuotamento” del senso di appartenenza. Sostiene che senza un confine chiaro tra il “noi” e il “loro”, o tra lo spazio pubblico e quello privato, le società perdano la loro coesione e la loro capacità di autogovernarsi.

L’autore vede nell’ossessione per l’apertura totale dei confini un sintomo di una élite intellettuale che ha perso il contatto con le esigenze di sicurezza e stabilità delle comunità locali. Vi si può leggere, trasferito nel nostro Paese, un riferimento ai radical-chic. La sua analisi si inserisce nel filone del realismo politico, in cui il confine non è visto come un muro ostile, ma come un “filtro” che permette una vita ordinata e prevedibile. Il testo riflette la tesi di Furedi secondo cui la paura di essere considerati “esclusivi” (e quindi potenzialmente discriminatori) abbia portato le democrazie occidentali a rimuovere le distinzioni necessarie. Egli invita a considerare il confine come un elemento positivo, quasi architettonico, per la costruzione di una società in cui i cittadini possano sentirsi protetti e liberi di sviluppare la propria identità. Il suo libro “I confini contano” (Fazi ed.) suscita dibattiti accesi perché sfida i pilastri della narrazione globalista contemporanea, ponendo l’accento sulla sovranità e sulla necessità di limiti chiari in un mondo che egli percepisce sempre più caotico.

Wenke Husmann

Il suo articolo “Funziona a meraviglia”, pubblicato sulla rivista Internazionale nel gennaio 2026, è stato scelto per riflettere sul concetto di “meraviglia” e sulla capacità (spesso perduta nell’età adulta) di lasciarsi incantare dal mondo. La giornalista e autrice tedesca – scrive da anni per il settimanale Die Zeit – racconta un episodio personale: una notte, ad Amburgo, sveglia la figlia piccola per portarla in un parco a vedere l’aurora boreale. Mentre la bambina osserva il cielo con stupore puro, l’autrice riflette su quanto, da adulti, abbiamo sostituito l’incanto con la spiegazione razionale e scientifica. L’articolo non è una critica alla scienza, ma un invito a “riallenare” lo sguardo. La tesi della Husmann è che la conoscenza scientifica non debba spegnere il senso di stupore, e che esista — o debba essere coltivata — una forma adulta di incanto, capace di coesistere con la comprensione razionale dei fenomeni.

Mario Calabresi

Il brano tratto da “Alzarsi all’alba” (Mondadori, 2025) è una riflessione che il giornalista (ha diretto anche La Repubblica) sul concetto di “fatica”. L’autore  dialoga e con un gruppo di studenti prossimi alla maturità. Il tema è il valore positivo del sacrificio, della dedizione e della fatica, in contrapposizione a una società contemporanea ossessionata dall’istantaneità, dalla facilità e dalla continua ricerca di scorciatoie.  Calabresi recupera la “fatica” come elemento nobilitante dell’esperienza umana, e cita storie di persone che vivono con dedizione e impegno costante. L’idea di fondo, espressa dallo stesso autore in diverse interviste, è un augurio provocatorio quanto profondo rivolto ai giovani: «Vi auguro nella vita di fare tanta fatica». È un invito a vedere il percorso di costruzione di sé non come un limite, ma come un processo necessario per dare valore ai propri traguardi. Con queste ultime due scelte, il ministero ha voluto stimolare una riflessione profonda sull’agire umano: da una parte (Hausmann)  lo stupore e la capacità di osservare; dall’altra (Calabresi)  il valore dell’impegno, della costruzione paziente e del sacrificio. (Commenti tratti da fonti letterarie, giornalistiche e di pubblico dominio – PdA)

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